— Potrete pagare al sig. Cavalcanti i 500 mila fr. che mi assegnate nel contratto?

— Al ritorno dall’uffizio del Maire, gli saranno contati.

— Bene! — In che modo, bene? che volete dire?

— Vo’ dire che, chiedendomi la firma, mi lasciate perfettamente libera della mia persona? — Assolutamente.

— Allora, bene, come vi diceva, signore; son pronta a sposare il Sig. Cavalcanti. — Ma qual è la vostra idea?

— Ah! questo è un mio segreto. Dove sarebbe la mia superiorità su voi, se, avendo il vostro segreto, vi svelassi il mio?

Danglars si morse le labbra: — Così, diss’egli, siete pronta a fare tutte le visite officiali che sono indispensabili, assolutamente.

— Sì, rispose Eugenia.

— Ed a sottoscrivere il contratto fra tre giorni? — Sì.

— Allora io pure vi dico, bene! — E Danglars prese la mano della figlia e la strinse con ambo le sue. Ma cosa straordinaria, durante questa stretta di mano, il padre non osò di dire: «Grazie, figlia mia!» e la figlia non ebbe un sorriso per suo padre. — La conferenza è finita? domandò Eugenia alzandosi. — Danglars fece segno con la testa che non aveva più niente da dire. Cinque minuti dopo, il pianoforte risuonò sotto le dita di madamigella d’Armilly, e madamigella Danglars cantava la maledizione di Barbantino nella Desdemone. Alla fine del pezzo, entrò Stefano ed annunziò ad Eugenia che i cavalli erano attaccati alla carrozza, e che la baronessa l’aspettava per fare le visite.