— Ah! benissimo, fece con supremo disprezzo Eugenia, mentre lisciava i guanti uno sull’altro.

— Credete che io voglia abusarmi di questi tre milioni? disse Danglars, niente affatto. Questi tre milioni sono destinati a produrne almeno dieci: ho ottenuto, con un banchiere mio confratello, la concessione di una strada ferrata, sola industria, che ai nostri giorni, presenta la favolosa eventualità di successo immediato che altra volta Law applicò per i buoni parigini, quelle eterne goffaggini della speculazione, ad un Mississipì fantastico. Col mio calcolo si deve possedere un milionesimo di rail, come si possedeva in altri tempi un iugero di terra incolto sulle rive dell’Ohio. Questa è una investitura ipotecaria, che è un progresso come vedete, poichè si avrà almeno quindici, venti, cento libre di ferro in cambio del proprio danaro! Ebbene! devo di qui ad otto giorni depositare per conto mio quattro milioni, questi quattro milioni, ve lo dico, ne produrranno almeno dieci o dodici.

— Ma durante la visita che vi ho fatta ier l’altro, signore, e di cui vi dovete ben ricordare, vi ho veduto incassare, mi pare che questo sia il termine, non è vero? cinque milioni e mezzo. Voi anzi mi avete mostrata la somma in due boni sul tesoro, e vi maravigliavate come un pezzo di carta che aveva un sì gran valore, non abbagliasse i miei sguardi come avrebbe fatto un lampo.

— Sì, ma questi cinque milioni e mezzo non son miei, eran soltanto una gran prova della fiducia che si aveva in me; il mio titolo di banchiere popolare mi ha meritata la confidenza degli ospedali, ed i cinque milioni e mezzo sono degli ospedali; in tutt’altri tempi non esiterei un momento a servirmene, ma oggi si sanno le grandi perdite che ho fatte, e come vi dissi, il credito comincia ad allontanarsi da me. Da un momento all’altro l’amministrazione può reclamarmi il deposito, e se io l’avessi impiegato in altre cose, sarei costretto di fare un fallimento vergognoso: non disprezzo i fallimenti, ma quelli che arricchiscono, intendiamoci bene, non quelli che rovinano. Ora se voi sposate il sig. Cavalcanti, e che io tocchi i tre milioni della dote, o che per lo meno si creda che io li tocchi, il mio credito si ristabilisce, e la mia fortuna, che da un mese o due si è ingolfata in abissi scavati sotto i miei piedi da una fatalità inconcepibile, si rinnova, mi capite ora?

— Perfettamente; mi mettete in pegno per tre milioni?

— Più la somma è forte, più essa è lusinghiera, e vi dà una idea del vostro valore.

— Grazie. Anche un’ultima parola, signore; mi promettete di servirvi di quanto vorrete della cifra di questa dote che deve portarvi il sig. Cavalcanti, ma di non toccare la somma? Questo non è un affare d’egoismo, è un affare di delicatezza: voglio cooperare a riedificare la vostra fortuna, ma non voglio essere la complice della rovina degli altri.

— Ma vi ho detto, gridò Danglars, che questi tre milioni...

— Credete di togliervi d’impaccio, signore, senza aver bisogno di toccare questi tre milioni?

— Io spero, ma sempre alla condizione che, facendosi il matrimonio, esso rassodi il mio credito.