— Da me? lasciate dunque, principe, disse Monte-Cristo calcando con affettazione su questo titolo. E che ho potuto far io per voi? forse che non bastavano il vostro merito e la vostra posizione sociale?

— No, disse Andrea, no; e voi avete un bel dire, sig. conte, io sostengo, che la posizione di un uomo quale voi siete, ha fatto di più che il mio nome, la mia posizione sociale ed il mio merito.

— V’ingannate compiutamente, signore, disse con freddezza Monte-Cristo che sentiva la perfida furberia del giovine, e che capì la portata delle sue parole; non acquistaste la mia protezione che dopo che ebbi prese le mie informazioni della influenza del vostro sig. padre; poichè finalmente chi ha procurato a me, che non aveva mai veduto nè voi nè l’illustre autore dei vostri giorni, la fortuna di fare la vostra conoscenza? Sono stati due miei buoni amici, lord Wilmore, e l’abate Busoni. Chi mi ha intonato, non già ad esservi garante, ma a proteggervi? Fu il nome di vostro padre così conosciuto e così onorato in Italia; personalmente io non vi conosco. — Questa calma, questa perfetta sicurezza, fecero conoscere ad Andrea che pel momento era trascinato da una mano più muscolosa della sua, e che la conversazione non poteva facilmente rompersi. — Sia; ma, diss’egli; mio padre ha dunque realmente una così gran fortuna, sig. conte?

— Pare di sì, signore, rispose Monte-Cristo.

— Sapete se la dote che mi ha promessa sia giunta?

— Io ne ho ricevuta la lettera d’avviso.

— Ma i tre milioni?

— Saranno per viaggio, secondo tutte le probabilità.

— Io dunque li toccherò realmente?

— Ma, diamine! riprese il conte, mi sembra che fino adesso, signore, il danaro non vi sia mancato.