— Amico mio, disse Andrea, vengo da S. Giovanni del Bosco, ove ho pranzato; contava prendere la carrozza che passa a mezza notte, ma mi son perduto come uno stupido, e son già quattro ore che passeggio nella foresta. Datemi una di queste belle camerine che danno sul cortile, e fatemi portare un pollo freddo ed una bottiglia di vino di Bordò.
Il cameriere non ebbe alcun sospetto: Andrea parlava con la più perfetta tranquillità; il sigaro in bocca e le mani nelle saccocce del palettò; i suoi abiti erano eleganti, la barba fatta di recente, gli stivali irreprensibili; aveva l’aspetto di un vicino che avesse fatto tardi, ecco tutto.
Mentre il cameriere preparava la sua camera l’ostessa si alzò; Andrea l’accolse col più grazioso sorriso, e le domandò se poteva avere la camera n. 3 in cui aveva già dormito l’ultima volta che era passato da Compiègne; disgraziatamente il n. 3 era preso da un giovine che viaggiava con sua sorella. Andrea parve disperato; egli non si consolò che allorquando l’ostessa lo ebbe assicurato che il n. 7, che si stava preparando, aveva assolutamente la medesima disposizione del n. 3, e scaldandosi i piedi, e parlando delle ultime corse di Chantilly, aspettò che gli venisse annunziato che la camera era in ordine. Non era senza ragione che Andrea aveva parlato di quei belli appartamenti che davano sul cortile; il cortile dell’albergo della Campana aveva una triplice fila di galleria che gli dava l’aspetto di un anfiteatro, con i suoi gelsomini e le sue clematidi, che salivano lungo le colonne leggiere come una decorazione naturale e uno dei più graziosi ingressi d’albergo che sieno al mondo. Il pollo era fresco, il vino vecchio, il fuoco chiaro e favillante; Andrea cenando si sorprese del suo buon appetito, come se nulla gli fosse accaduto, indi andò a letto, e si addormentò subito con quel sonno implacabile che l’uomo di trent’anni trova sempre, anche quando ha dei rimorsi. Ora noi siamo sforzati di confessare che Andrea avrebbe potuto avere dei rimorsi, ma che non ne aveva. Ecco qual era l’idea di Andrea, idea che gli aveva portata la maggior parte della sua sicurezza.
Col giorno si sarebbe alzato, uscirebbe dall’albergo dopo aver pagato scrupolosamente i suoi conti; s’internerebbe nella foresta, comprerebbe, sotto pretesto di fare degli studii di pittura, l’ospitalità di un contadino; si procurerebbe un abito da campagnuolo spogliandosi della pelle di leone per prendere quella dell’artista; indi colle mani terrose, i capelli imbruniti da un pettine di piombo, colla tinta della pelle alterata da una preparazione di cui i suoi antichi camerati gli avevan data la ricetta, di foresta in foresta giungerebbe alla frontiera più vicina, camminando la notte, dormendo il giorno nel bosco, senza avvicinarsi ai luoghi abitati che per comprare a quando a quando del pane. Superata una volta la frontiera, Andrea avrebbe fatto denari coi suoi diamanti, riunito il prezzo che ne avrebbe ricavato, ad una diecina di biglietti di banca che portava sempre indosso per qualunque accidente, si ritroverebbe ancora padrone di un 50 mila fr. che non sembravano alla sua filosofia un peggio andare troppo rigoroso. D’altra parte egli contava molto sulla premura che avevano i Danglars ad estinguere il rumore della loro disavventura.
Ecco perchè, oltre la stanchezza, Andrea dormì così presto e così bene. D’altra parte per esser sveglio di buon mattino, Andrea non aveva chiuse le persiane, si era soltanto contentato di mettere il catenaccio alla porta, e di tenere aperto, sulla sua tavola da notte, un certo coltello molto puntuto, di cui conosceva la eccellente tempra, e che non lasciava mai. Circa alle sette del mattino fu svegliato da un raggio di sole che gli veniva tiepido e brillante sul viso.
In tutti i cervelli bene organizzati l’idea dominante, (ve ne è sempre una) è quella che dopo essersi addormita per l’ultima, illumina per la prima il pensiero nello svegliarsi. Andrea non aveva ancora interamente aperti gli occhi, che il suo pensiero dominante già lo possedeva, e gli soffiava all’orecchio che aveva dormito troppo lungamente.
Saltò a basso dal letto e corse ad una finestra.
Un gendarme traversava il cortile. Un gendarme è uno di quegli oggetti che più colpiscono in questo mondo, anche per l’occhio di un uomo senza inquietudini; ma per ogni coscienza timorosa e che ha qualche motivo di esserlo, il giallo, il blu ed il bianco di cui si compone la sua uniforme, diventano colori spaventevoli: — Perchè un gendarme? domandò a sè stesso Andrea: indi si rispose con quella logica che il lettore ha di già notato in lui:
— Un gendarme non ha niente che debba meravigliare in un’osteria: non ce ne meravigliamo adunque, ma vestiamoci. — Ed il giovine si vestì con una rapidità che non aveva potuto fargli perdere il suo cameriere, durante i pochi mesi di vita elegante che aveva condotta a Parigi.
— Buono! disse Andrea nel vestirsi, aspetterò che sia partito, e quando sarà partito lui, signerò io. — E mentre diceva queste parole, e mettendosi la cravatta, ritornò dolcemente alla finestra, e sollevò una seconda volta la tendina di mussola. Non solo il primo gendarme non era partito, ma il giovine scoperse una seconda uniforme blu, gialla e bianca alla fine della scala, la sola per la quale si poteva discendere, mentre che una terza a cavallo e colla carabina in mano stava di sentinella sulla porta di strada, la sola per la quale si poteva uscire. Questo terzo gendarme era significativo all’ultimo grado; perchè davanti a lui si estendeva un semi-cerchio di curiosi che bloccavano ermeticamente la porta dell’albergo. — Io son cercato! fu il primo pensiero di Andrea. Diavolo! — Il pallore investi la fronte del giovine, egli guardò intorno a sè con ansietà. La sua camera, come tutte quelle di questo piano, non aveva altra uscita che dalla galleria esterna scoperta agli sguardi di tutti. — Io son perduto! fu il suo secondo pensiero. — Infatto per un uomo nella situazione di Andrea, l’arresto voleva dire: sedute, giudizio, morte, morte senza misericordia e senza dilazione. Per un momento egli compresse convulsivamente la testa fra le mani; e poco mancò che non diventasse pazzo dalla paura. Ma ben presto, da questa folla di pensieri che si urtavano nella sua testa ne uscì un pensiero di speranza; un pallido sorriso si delineò sulle sue labbra tremanti e sulle guance contratte: guardò intorno a sè; gli oggetti che cercava si ritrovavano riuniti sul marmo di un tavolino: erano una penna, un calamaio e della carta: ed ei scrisse, con una mano alla quale comandò di esser ferma, le linee seguenti sul primo foglio del quaderno.