L’avvelenatrice, spaventata da queste successive commozioni, cercò a tastoni la porta, e rientrò nelle sue camere col sudore dell’angoscia sulla fronte. L’oscurità continuò per due ore dopo. Indi, a poco a poco, una sinistra e debole luce penetrò nell’appartamento, filtrando dagli interstizi delle persiane, poscia si fe’ maggiore, e venne a restituire il colore e la forma agli oggetti ed ai corpi.

Fu in questo momento che si sentì per le scale la tosse della infermiera che entrò nella camera di Valentina, con una tazza in mano. Per un padre, per un’amante il primo sguardo sarebbe stato risolutivo, Valentina era morta; per questa mercenaria, Valentina dormiva.

— Buono! diss’ella avvicinandosi alla tavola da notte, ella ha bevuto una parte della sua pozione, il bicchiere è a due terzi vuoto; — indi andò al caminetto, riaccese il fuoco, s’istallò in una poltrona, e quantunque uscisse allora dal letto approfittò del sonno di Valentina per dormire ancora alcuni momenti. La pendola la svegliò suonando le otto.

Allora meravigliata di questo sonno ostinato, spaventata da quel braccio pendente fuori del letto, e che l’addormentata non aveva ancora ricondotto a sè, ella si avanzò verso il letto, ed allora soltanto notò quelle labbra fredde, e quel petto agghiacciato. Voleva riportare il braccio vicino al corpo, ma il braccio non obbedì che con una certa rigidezza spaventosa, sulla quale non poteva ingannarsi un’infermiera. Mandò un orribile grido.

Indi correndo alla porta: — Soccorso! gridò ella, soccorso! — Come soccorso? chiese dal fondo della scala il sig. d’Avrigny. — Era l’ora in cui il dottore aveva presa l’abitudine di venire. — Come soccorso? gridò la voce del sig. de Villefort uscendo precipitosamente dal gabinetto; dottore, avete udito chiamar soccorso?

— Sì, sì, montiamo, rispose il sig. d’Avrigny, montiamo presto; è dalla camera di Valentina. — Ma prima che il padre ed il dottore fossero entrati, gl’inservienti che si ritrovavano nello stesso piano, sparsi per le camere o pei corridori, erano entrati, e vedendo Valentina pallida ed immobile sul letto, alzando le mani al cielo, vacillavano come se avessero avuto le vertigini. — Chiamate la sig.ª de Villefort, svegliate la sig.ª de Villefort, — gridò il procurator del Re, dalla porta della camera, nella quale sembrava non osasse entrare. Ma i domestici, invece di rispondere, guardavano il sig. d’Avrigny ch’era entrato, era corso a Valentina e la sollevava sulle braccia: — Anche questa... mormorò egli, lasciandola ricadere. Oh! mio Dio! mio Dio! e quando vi stancherete?

Villefort si slanciò nell’appartamento: — Che dite, mio Dio! gridò alzando le mani al cielo, dottore!

— Dico che Valentina è morta, rispose il sig. d’Avrigny con voce solenne, e terribile nella sua solennità.

Il sig. de Villefort stramazzò, come se le gambe si fossero incrociate, e cadde colla testa contro il letto di Valentina.

Alle parole del dottore, alle grida del padre i domestici spaventati fuggirono mandando sorde imprecazioni. S’intesero pei corridori e per le sale i loro passi precipitati, poscia un movimento nei cortili, indi tutto finì; il rumore si estinse; dal primo fino all’ultimo, essi avevano disertato da quella casa maledetta.