— Sì, disse la baronessa col cuore serrato.
— Allora se mi chiedete, un consiglio, vi consiglio di viaggiare.
— Di viaggiare! mormorò la sig.ª Danglars.
— Certamente; come ha detto Danglars, voi siete ricca, e perfettamente libera. Un’assenza da Parigi sarà necessaria assolutamente, almeno per quanto credo; dopo lo strepitoso fracasso che hanno fatto i due matrimoni andati a monte di madamigella Eugenia, e la duplice sparizione di vostra figlia e di vostro marito. È soltanto necessario che tutta la società sappia che siete povera, e vi creda abbandonata; perchè non si menerebbe buona, alla moglie del banchiere fallito, la sua ricchezza, e l’opulenza della sua casa. Per primo caso, basta che restiate a Parigi soltanto 15 giorni, raccontando specialmente a tutti che siete stata abbandonata, e raccontando ai vostri migliori amici, che andranno a ripeterlo ovunque, in che modo siete stata lasciata; indi partirete dal vostro palazzo, lasciandovi tutti i gioielli, i crediti della vostra dote, e ciascuno loderà il vostro disinteressamento. Allora vi sapranno abbandonata, e vi crederan povera; poichè io solo conosco la vostra situazione finanziaria, e son pronto a rendervi i vostri conti da socio leale. — La baronessa pallida, atterrita, aveva ascoltato questo discorso con tanto spavento e disperazione, quanta era stata la calma e l’indifferenza che vi aveva impiegata Debray nel pronunziarlo: — Abbandonata! ripetè ella, oh! da vero abbandonata... sì, avete ragione, signore, e nessuno avrà dubbi sul mio abbandono. — Queste furono le sole parole che questa donna così altera, così violenta potè rispondere a Debray. — Ma ricca, anzi ricchissima, continuò Debray cavando dal suo portafogli e stendendo sul tavolo alcune carte in esso contenute. — La sig.ª Danglars lo lasciò fare, essendo solo occupata a contenere i battiti del cuore, ed a ritenere le lagrime che sentiva spuntare all’angolo delle palpebre. Ma finalmente il sentimento della dignità la vinse nella baronessa; e se non riuscì a comprimere il cuore, ottenne almeno di non versare una lagrima.
— Signora, disse Debray, son circa sei mesi che siamo in società, voi avete somministrato il capitale dei fondi in centomila fr.; nel mese d’aprile di questo anno ebbe luogo la nostra società: in maggio cominciarono le nostre operazioni.
«In maggio abbiam guadagnato 450 mila fr. In giugno l’utile è montato a 900 mila fr. In luglio abbiamo fatta un’aggiunta di un milione e 700 mila fr.; lo sapete, fu sui fondi di Spagna. In agosto perdemmo, sul principio del mese, 300 mila fr. ma il 15 dello stesso mese li abbiamo riguadagnati, ed alla fine abbiamo preso la nostra rivincita, perchè i nostri conti, messi in chiaro, dal giorno della nostra associazione fino a ieri, in cui li ho chiusi, ci danno un attivo di due milioni e 400 mila fr., vale a dire un milione e 200 mila fr. per ciascuno. Ora, continuò Debray, compulsando il libro de’ conti col metodo e la tranquillità di un agente di cambio, troviamo 80 mila fr. dei frutti di questa somma rimasta fra le mie mani...
— Ma, interruppe la baronessa, che son questi frutti, quando non si è mai messa questa somma a cambio?
— Vi chiedo scusa, signora, disse freddamente Debray; aveva da voi l’autorizzazione di far fruttare questo danaro, e me ne son prevalso. Sono dunque altri 40 mila fr. di vostra parte sugl’interessi, più i cento mila fr. del primo capitale di fondo, vale a dire, un milione e 340 mila fr. di vostra parte. Ho avuta la cautela ieri l’altro di mobilizzare tutto il vostro danaro; non è molto tempo, come vedete, e si sarebbe detto che io dubitava di essere in breve chiamato a rendervi i conti. Il vostro danaro è là; metà in biglietti di banca, metà in boni al latore: ho detto là, ed è vero, perchè, siccome non credeva la mia casa abbastanza sicura, siccome non credeva i notari abbastanza segreti, e le proprietà parlano ancora più dei notari, e siccome finalmente voi non avevate il diritto di comprare niente nè di posseder niente fuori della comunione coniugale; io ho custodita tutta questa somma, che in oggi forma il vostro stato, in una cassetta sigillata nel fondo di questo armadio, e per maggior sicurezza ho fatto da falegname io stesso. Adesso, continuò Debray, aprendo prima l’armadio, e poi la cassetta, adesso, signora, ecco qui 800 biglietti da mille fr. l’uno, che rassomigliano, come vedete, ad un grosso album rilegato in ferro; vi unisco un mazzetto di biglietti sulle rendite per 25 mila fr., indi una cambiale di 110 mila fr. che eccola qui, sul mio banchiere, a vista al latore, e siccome il mio banchiere non è il sig. Danglars, così la cambiale sarà pagata, potete star tranquilla. — La sig.ª Danglars prese macchinalmente la cambiale a vista, i boni sulle rendite, ed il pacco di biglietti di banca. Questa enorme fortuna sembrava ben poca cosa, disposta là sul tavolo. La sig.ª Danglars, con gli occhi asciutti, ma il petto gonfio di singulti, la riunì, chiuse l’astuccio d’acciaio nella borsa, mise i biglietti sulle rendite, e la cambiale a vista nel suo portafogli, ed in piedi, pallida e muta, aspettava una dolce parola che la consolasse per essere così ricca. Ma ella aspettò invano. — Ora, signora, disse Debray, voi avete una esistenza magnifica, qualche cosa che si accosta ad una rendita di 60 mila fr., il che diventa enorme per una donna che non potrà tener società almeno per un anno. Questo è un privilegio per tutte le fantasie che vi passeranno per la mente: senza calcolare, che se trovate che la vostra parte non sia sufficiente, potete venire ad attingere nella mia, signora, ed io sono disposto ad offrirvela; oh! a titolo di prestito, ben inteso, tutto ciò che possedo, vale a dire un milione e 60 mila fr. sono a vostra disposizione.
— Grazie, signore, rispose la baronessa; capirete bene che mi avete rimesso molto di più di quel che bisogna ad una povera donna che non conta per molto tempo di ricomparire nella società... — Debray fu per un momento meravigliato, ma si rimise, fe’ un gesto, che si poteva spiegare per un mezzo di esprimere in una formula anche più civile questo pensiero. — Farete come più vi piacerà. — La sig.ª Danglars aveva forse fino allora sperato qualche cosa, ma quando vide il gesto di noncuranza ch’era sfuggito a Debray, e lo sguardo obliquo da cui esso era stato accompagnato, come pure la riverenza profonda, ed il significante silenzio che lo seguirono, rialzò la testa, aprì la porta, e senza furore, senza scosse, come senza esitazione, si slanciò per la scala, sdegnando per fino d’indirizzare un ultimo saluto a colui che la lasciava partire in questo modo. — Bah! disse Debray quando ella fu partita, bei disegni che son questi! ella resterà nel suo palazzo, leggerà dei romanzi e giuocherà al Faraone, non potendo più giuocare alla borsa. — E riprese il suo libro dei conti, tirando un rigo sulle somme che aveva pagate.
— Mi resta un milione e 60 mila fr., diss’egli. Che disgrazia che madamigella di Villefort sia morta! quella giovinetta mi sarebbe convenuta sotto tutti i rapporti, ed io l’avrei sposata. — E flemmaticamente, secondo la sua abitudine, aspettò che fossero passati venti minuti dopo la partenza della sig.ª Danglars per uscir a sua volta. Durante questi venti minuti, Debray non fece che cifre tenendo sulla tavola e vicino a lui l’orologio da taschino. Quel personaggio diabolico che ogni fortunata immaginazione avrebbe potuto creare con maggiore o minore felicità, se Lesage non ne avesse presa la proprietà in un capo d’opera, Asmodeo, che toglieva i coperchi dalle case per vedervi dentro, avrebbe goduto di un singolare spettacolo se avesse tolta, al momento in cui Debray faceva le sue cifre, la crosta della piccola casa della strada San-Germano dei Prati. Al disopra di questa camera in cui Debray aveva fatta la sua divisione colla sig.ª Danglars di due milioni e mezzo, vi era un’altra camera popolata egualmente da abitanti di nostra conoscenza, che han rappresentata una parte molto importante negli avvenimenti da noi raccontati. In questa camera vi erano Mercedès ed Alberto. Mercedès aveva fatto molti cambiamenti in pochi giorni, non già che anche nei tempi della maggior ricchezza, ella fosse attaccata al fasto orgoglioso che spicca visibilmente in tutte le condizioni, e fa sì che non si riconosca più la donna tosto ch’ella vi comparisce sotto abiti più semplici; non già nemmeno ch’ella fosse caduta in quello stato di depressione in cui si cade quando si è costretti di rivestire la livrea della miseria; no, Mercedès era cambiata, perchè il suo occhio non brillava più, perchè la sua bocca non sorrideva più, perchè finalmente un perpetuo impaccio arrestava sulle sue labbra la rapida parola che altre volte lasciava sempre preparata.