— Grazie, signore, disse sorridendo Alberto; ma in mezzo a questa disgrazia noi siam rimasti abbastanza ricchi per non aver bisogno di ricorrere a nessuno: lasciamo Parigi, e, pagato il nostro viaggio, ci rimangono ancora cinque mila fr.
Il rossore salì alla fronte di Debray, che portava un milione nel suo portafogli; e per quanto fosse poco poetico questo spirito esatto, non potè a meno di riflettere che la stessa casa aveva contenuto poco prima, due donne delle quali una, giustamente disonorata, se ne andava con un milione e 500mila fr. sotto le pieghe del suo scialle, e l’altra ingiustamente colpita, ma sublime nella sua infelicità, si riteneva ricca per pochi denari. Questo parallelo sviò le sue combinazioni di gentilezza; la filosofia dell’esempio lo oppresse; balbettò qualche parola di generica civiltà, e discese rapidamente. Ma la sera stessa egli era già compratore di una bella casa scelta sul baluardo della Maddalena, che dava una rendita di cinque mila lire. La dimane nell’ora in cui Debray firmava il contratto, cioè verso le 5 p. m., la sig.ª de Morcerf, dopo aver teneramente abbracciato suo figlio, e dopo essere stata teneramente abbracciata da lui, salì nel coupé della diligenza, che si rinchiuse sur essa.
Un uomo era nascosto nel cortile dell’amministrazione Laffitte, dietro una di quelle finestre centinate del piano terreno che sormontano tutti gli ufficii: vide partire la diligenza, vide Alberto allontanarsi. Allora ei si passò la mano sulla fronte carica di dubbii, dicendo:
— Ahimè! con qual mezzo restituirò a questi due innocenti la felicità che loro ho tolta?... Dio mi aiuterà!
CVI. — LA FOSSA DEI LEONI.
Uno dei quartieri della Force, quello che racchiude i detenuti più arrischiosi e più pericolosi, si chiama il cortile di S. Bernardo. I prigionieri, nel loro gergo energico, l’hanno soprannominata la fossa dei leoni, probabilmente perchè i detenuti che ivi sono racchiusi spesso mordono le inferriate, e non di rado i carcerieri.
Questa è una prigione nella prigione; le mura hanno una grossezza il doppio delle altre. Ogni giorno un carceriere esplora con somma cura le inferriate massicce; e si riconosce dalla persona erculea, dagli sguardi freddi ed incisivi dei guardiani, che sono stati scelti per regnare col terrore sul loro popolo, e con l’attività della intelligenza. Il prato di questo quartiere è circondato da mura enormi, sulle quali penetra obliquamente il sole, quando si risolve a penetrare in questo golfo di laidume fisico e morale. È là, su questo prato che fin dalla mattina vanno errando pensierosi, feroci, impalliditi, come ombre, gli uomini che la giustizia tiene incurvati sotto la mannaia che sta aguzzando.
Si vedono addossarsi, raggrupparsi contro il muro, che assorbe e ritiene la maggior parte del loro calore; essi rimangono là, parlando a due a due, il più spesso isolati coll’occhio rivolto incessantemente verso la porta, che si apre per chiamare qualcuno degli abitanti di questo lugubre soggiorno, o per vomitare nel golfo una nuova feccia tolta dal crogiuolo della società. Il cortile di S. Bernardo ha il suo parlatorio particolare, è un quadrato oblungo, diviso in due parti da due inferriate, piantate parallelamente a tre piedi di distanza l’uno dall’altra, di modo che il visitatore non possa stringere la mano del prigioniero, o passargli qualche oggetto. Questo parlatorio è oscuro, umido, ed orribile in tutti i punti, particolarmente quando si pensa alle orribili confidenze che sono passate per quelle inferriate, che hanno arrugginito il ferro delle sbarre. Però, questo luogo, per quanto sia spaventoso, è un eliso ove vengono a temperarsi, in una società sperata, gustata, questi uomini ai quali son contati i giorni; tanto è raro che qualcuno esca dalla fossa dei Leoni, per andare in tutt’altro luogo che non sia la barriera San Giacomo, o la galera, o il carcere cellulare! In questo cortile che abbiam descritto, e che trasuda una fetida umidità, passeggiava, colle mani nelle saccocce del suo abito, un giovine osservato con molta curiosità dagli abitanti della fossa. Sarebbe passato per un giovine elegante pel taglio dei suoi abiti, se questi non fossero stati in lembi; però essi non erano usati, il panno era fino e lucido, e nei punti in cui era intatto, riprendeva facilmente il suo lustro sotto la mano accarezzante del prigioniero, che cercava di farne un abito nuovo. Applicava eziandio la stessa cura a chiudere una camicia di battista considerevolmente cambiata di colore dalla sua entrata in prigione; su i suoi stivali verniciati passava e ripassava un angolo di un fazzoletto con le iniziali ricamate e sormontate da una corona araldica. Alcuni pensionarii della fossa dei Leoni consideravano con manifesta premura la ricercata toletta del prigioniere: — Osserva, ecco là il principe che si fa bello, disse uno dei ladri.
— Egli è bellissimo naturalmente, disse un altro, e solo che avesse un pettine ed un poco di pomata, eclisserebbe tutti i signori dei guanti bianchi.
— Il suo abito doveva essere ben nuovo, e gli stivali molto bene risplendere. È lusinghiero per noi l’avere di confratelli come si deve; e quei briganti di gendarmi son ben vili. Invidiosi! avere stracciata una toletta come quella!