— Questo è uno scherzo?

— Niente affatto; ieri ho preso uno dei domestici che è uscito dalla casa del sig. de Villefort: ascoltate bene questo.

— Noi ascoltiamo.

— E che io licenzio domani, perchè mangia enormemente per rimettersi dal digiuno di terrore che si era imposto in quella casa. Ebbene? sembra che questo caro fanciullo abbia messo la mano su qualche boccetta di droghe di cui egli usa di tempo in tempo contro quelli che gli dispiacciono. Primieramente toccò al nonno ed alla nonna Saint-Méran, che gli dispiacquero, e loro versò alcune gocce del suo elixir: tre gocce bastano; indi toccò al bravo Barrois, vecchio servitore del Nonno Noirtier, il quale sgridava a quando a quando l’amabile monello; ei gli versò tre gocce del suo elixir; e fu fatta; così accadde pure alla povera Valentina, che non lo sgridava, ma di cui egli era geloso: le versò tre gocce del suo elixir, e per essa come per tutti gli altri tutto fu finito.

— Ma che diavol di racconto ci fate? disse Château-Renaud. — Sì, disse Beauchamp, un racconto dell’altro mondo n’è vero? — È un’assurdità, disse Debray.

— Ah! riprese Beauchamp, ecco che già cercate mezzi dilatorii! che diavolo, domandatelo al mio domestico, o piuttosto a quello che domani non sarà più mio domestico; questa è la voce che corre in tutta la famiglia.

— Ma questo elixir, dov’è? qual è? — Diamine! il fanciullo lo nasconde.

— Dove l’ha preso? — Nel laboratorio di sua madre.

— Sua madre ha dunque dei veleni nel suo laboratorio?

— Lo so io forse? mi fate delle domande da procurator del Re: ripeto ciò che mi è stato detto, ecco tutto; vi cito nome ed autore: non posso far di più; il povero diavolo non mangiava più dallo spavento.