Il sig. de Villefort, che era occupato a prendere una nota, alzò la testa nel sentire questa data.
— Dove siete nato? continuò il presidente.
— Ad Auteuil, vicino a Parigi, rispose Benedetto.
Il sig. de Villefort alzò una seconda volta la testa, guardò Benedetto come se avesse guardato la testa di Medusa, e divenne livido. In quanto a Benedetto, portò graziosamente alle sue labbra l’angolo di un fazzoletto di fina battista.
— La vostra professione? domandò il presidente.
— Prima ho fatto il falsario, disse Andrea con la massima tranquillità del mondo; in seguito son passato a fare il ladro, e recentemente mi son fatto assassino. — Un mormorio o piuttosto una tempesta di indignazione e di sorpresa scoppiò in tutte le parti della sala; i giudici stessi lo guardarono stupefatti, i giurati manifestarono il più gran disgusto per quel cinismo, che tanto poco si aspettavano da un uomo elegante. Il sig. de Villefort appoggiò una mano sulla sua fronte che, di pallida era divenuta rossa e bollente; di repente si alzò, guardando intorno a sè come un uomo demente: gli mancava l’aria. — Cercate qualche cosa, sig. procurator del Re? domandò Benedetto col suo sorriso più obbligante. — Il sig. de Villefort non rispose, tornò a sedersi o, per meglio dire, ricadde nel suo seggio.
— È forse adesso pervenuto, che voi acconsentite di dire il vostro nome? domandò il presidente. L’affettazione brutale che avete messa nell’enumerare i vostri differenti delitti, che avete qualificati per vostra professione; la specie di punto di onore che vi attaccate, cosa di cui, in nome della morale e del rispetto dovuto alla umanità, la corte deve biasimarvi severamente, ecco forse la ragione che vi ha fatto ritardare a dire il vostro nome: volevate far spiccare questo nome per mezzo dei titoli che lo precedono.
— Pare incredibile, sig. presidente, disse Benedetto col tuono di voce più grazioso e colle maniere più gentili, che voi abbiate letto così bene nel fondo del mio pensiero; fu infatto con questo scopo che vi pregai d’invertire l’ordine delle domande. — Lo stupore era al colmo; non vi era più nelle parole dell’accusato nè sfrontatezza, nè cinismo; l’uditorio commosso presentiva un qualche fulmine rumoreggiante nel fondo di questa tetra nube.
— Ebbene! disse il presidente, il vostro nome?
— Non posso dirvi il mio nome, perchè non lo so; ma so quello di mio padre e posso dirvelo.