Un doloroso abbagliamento acciecò Villefort: si videro cadere dalle guance alcune gocce di sudore ripetute sui fogli, ch’egli rimescolava con mano convulsiva e smarrita.

— Allora dite il nome di vostro padre, riprese il presidente. — Non un soffio, non un respiro turbava il silenzio di questa immensa assemblea; tutti aspettavano. — Mio padre è un procurator del Re, rispose tranquillamente Andrea.

— Procuratore del Re! disse con istupore il presidente senza notare lo svolgimento che si operava sulla figura del sig. de Villefort; procurator del Re!

— Sì, e poichè volete saperne il nome... si chiama de Villefort! — L’espressione così lungamente trattenuta dal rispetto che si porta in seduta alla giustizia, si fece campo, come un tuono, dal fondo di tutti i petti; la corte stessa non pensò a reprimere questo movimento della moltitudine. Le interiezioni, le ingiurie scagliate contro Benedetto che rimaneva impassibile, i gesti energici, il movimento dei gendarmi, il sogghigno di quella parte fangosa che, in tutte le assemblee, sale alle superficie nei movimenti di commozione e di scandalo, tutto ciò durò cinque minuti, prima che i magistrati e gli uscieri fossero riusciti a ristabilire il silenzio. In mezzo a tutto questo rumore si sentiva la voce del presidente che gridava: — Vi prendete giuoco della giustizia, accusato, ed oserete dare ai vostri concittadini lo spettacolo di una corruzione che, in una epoca che però non lascia niente a desiderare sotto questo rapporto, non avrebbe ancora avuto il suo eguale! — Dieci persone si sollecitavano intorno al procuratore del Re, a metà oppresso sul suo seggio, e gli offrivano consolazioni, incoraggiamenti, proteste di zelo e di simpatia. La calma si era ristabilita nella sala, ad eccezione d’un punto in cui un gruppo abbastanza numeroso si agitava e si urtava. Una donna, dicevasi, era svenuta; le si era fatto respirare dei sali, e si andava rimettendo. Andrea, durante tutto questo tumulto, aveva voltata la sua faccia sorridente verso l’assemblea; indi, appoggiandosi con una mano sul riparo di quercia del banco, e ciò con l’attitudine più graziosa: — Signori, diss’egli, non piaccia a Dio che io cerchi d’insultare la corte e di fare, in presenza di questa onorevole assemblea, un inutile scandalo. Mi si domanda quanti anni ho, lo dico; mi si domanda ove sono nato, io rispondo; mi si domanda il mio nome, non posso dirlo, perchè i miei genitori mi hanno abbandonato. Ma posso bene senza dire il mio nome, poichè non lo so, dire quello di mio padre: ora, lo ripeto, mio padre si chiama de Villefort, e son pronto a provarlo.

Nell’accento di questo giovine vi era una certezza, una convinzione, una energia che ridussero il tumulto in silenzio. Gli sguardi si voltarono un momento sul procuratore del Re, che conservava nel suo posto la immobilità di un uomo che il fulmine abbia cambiato in cadavere.

— Signori, continuò Andrea comandando il silenzio col gesto e colla voce, vi devo la prova e la spiegazione delle mie parole.

— Ma, gridò il presidente irritato, nella istruzione avete dichiarato di chiamarvi Benedetto, avete detto di essere orfano, e vi siete assegnata la Corsica per patria.

— Io nell’istruzione ho detto ciò che mi conveniva di dire, poichè non voleva che s’indebolisse o che si sospendesse, il che non sarebbe mancato di accadere, il fragore solenne che voleva dare alle parole. Or vi ripeto che sono nato ad Auteuil nella notte del 27 al 28 settembre 1817, e che sono figlio del sig. procurator del Re Villefort. Ne volete voi delle particolarità? sono pronto a darvele. Nacqui al primo piano della casa N. 28, strada della Fontana, in una camera parata di damasco rosso. Mio padre mi raccolse nelle sue braccia dicendo a mia madre che io era morto, mi avvolse in un pannolino marcato con le lettere L ed N, e mi portò entro una cassetta in giardino ove mi seppellì vivo. — Un fremito percorse tutti gli assistenti, quando videro che la sicurezza del prevenuto ingrandiva a seconda dello spavento del sig. de Villefort. — Ma come sapete voi tutti questi particolari? domandò il presidente.

— Ve lo dirò, sig. presidente. Nel giardino in cui mio padre mi aveva sepolto, si era introdotto in quella stessa notte un uomo che l’odiava mortalmente, e che lo appostava da lungo tempo per compiere su lui una vendetta Corsa. L’uomo si era nascosto dietro un albero; egli vide mio padre nascondere un deposito sotto terra, e lo percosse con un colpo di coltello, mentre terminava questa operazione: indi, credendo che questo deposito fosse un qualche tesoro, lo dissotterrò e mi trovò ancor vivo. Quest’uomo mi portò all’ospizio dei trovatelli ove fui inscritto sotto il N. 37. Tre mesi dopo sua cognata fece il viaggio da Rogliano a Parigi per venirmi a cercare, mi reclamò come suo figlio e mi portò seco. Ecco in che modo, quantunque nato ad Auteuil, fui allevato in Corsica. — Vi fu un momento di silenzio così profondo, che, senza l’ansietà che si vedeva respirare da mille petti, si sarebbe creduta vuota la sala.

— Continuate, disse la voce del presidente.