— Certamente, continuò Benedetto, io poteva essere felice presso questa brava gente, che mi adorava; ma il mio naturale, non so se perverso sin dal nascer mio, o se per la società dei perversi si pervertisse, e col crescer degli anni più perverso si facesse, alla fine la vinse su tutte le virtù che mia madre adottiva cercava di versarmi in seno; ingrandii nel male, e giunsi a commettere dei delitti. Un giorno, finalmente, in cui malediceva la provvidenza per avermi fatto, io diceva, così cattivo per vedermi precipitato in uno stato così schifoso, mio padre adottivo mi disse: «non bestemmiare, disgraziato! poichè Dio ti ha dato alla luce senza collera, il delitto viene da tuo padre e non da te, nè da altri; da tuo padre che ti aveva destinato all’inferno se tu morivi, alla miseria se un miracolo ti conservava in vita.» Da quel giorno cessai di bestemmiare, ma maledii mio padre; ed ecco perchè ho fatto qui sentire le parole, che voi mi avete rimproverate, sig. presidente; ecco perchè ho causato lo scandalo di cui freme ancora questa assemblea. Se questo è un delitto di più, punitemi; ma se vi ho convinto che dal giorno in cui nacqui il mio destino si faceva fatale, doloroso, lamentevole, amaro, compiangetemi!
— Ma vostra madre? domandò il presidente.
— Mia madre mi credeva morto, mia madre non era colpevole: non ho voluto saperne il nome, e non la conosco.
In questo momento un grido acuto, che terminò in un singulto, s’intese nel mezzo del gruppo che circondava, come lo abbiamo detto, una donna. Questa donna cadde in un violento attacco di nervi, fu portata fuori dal pretorio, nel tempo che si trasportava, il fitto velo che le nascondeva il viso si scostò, e fu riconosciuta la sig.ª Danglars. Ad onta dell’oppressione dei suoi sensi snervati, ad onta del ronzio che fremeva alle sue orecchie, e della specie di follia che sconvolgeva il suo cervello, Villefort la riconobbe, e si sollevò.
— Le prove? le prove? disse il presidente; prevenuto, ricordatevi che questo tessuto d’orrori ha bisogno di essere sostenuto colle prove più luminose.
— Le prove? disse Benedetto ridendo, le volete? — Sì.
— Ebbene! guardate il sig. de Villefort, e poi domandatemi ancora delle prove. — Ciascuno si voltò verso il procurator del Re, che sotto il peso di questi mille sguardi indirizzati su di lui, si avanzò nel recinto del tribunale, vacillando coi capelli in disordine ed il viso solcato dalla pressione delle sue unghie. L’assemblea intera mandò un lungo mormorio di maraviglia. — Mi si domandano delle prove, padre mio, disse Benedetto a Villefort, volete che io loro le dia?
— No, balbettò de Villefort con voce soffocata, è inutile.
— Come inutile? gridò il presidente; che intendete dire?
— Intendo dire, gridò il procuratore del Re, che io mi dibatterei invano sotto la pressa mortale che mi schiaccia; signori, io sono, lo riconosco, colpito dalla mano di Dio vendicatore. Non date prove! non ve ne bisognano: tutto ciò che ha detto questo giovine è vero.