— C’è nessuno malato al Loevestein?
— Nessuno! rispose più laconicamente ancora della prima volta, chiudendo Grifo la porta sul muso al prigioniero.
Grifo, punto abituato a simili leziosaggini da parte di Cornelio, sospettò nel suo prigioniero un indizio di attentata corruzione.
Cornelio ritrovossi solo; l’erano le sette di sera. Si rinnovarono allora con una gradazione più intensa della sera antecedente le angosce che ci siamo sforzati descrivere.
Ma, come la veglia, le ore si successero senza ricondurre la dolce visione che rischiarava a traverso della graticola la segreta del povero Cornelio e che, allontanandosene, vi lasciava la luce per tutto il tempo della sua assenza.
Van Baerle passò la notte in una vera disperazione.
La dimane, Grifo gli parve più rotto, più brutale, più sgraziato del solito: eragli passato per la mente, o piuttosto pel cuore la lusinga che egli impedisse Rosa di venirci.
Si sentì preso da un’ira feroce di strangolare Grifo; ma strangolato che l’avesse, tutte le leggi divine e umane proibivano a Rosa di mai più rivedere Cornelio.
Il carceriere scampò dunque senza saperlo a una delle più grandi sciagure che egli avesse mai corso in sua vita.
Venne la sera, e la disperazione cangiossi in melanconia, che l’era tanto più tetra, quanto a suo malgrado le rimembranze del suo povero tulipano mescolavansi al cordoglio che egli provava. S’era giusto all’epoca che i giardinieri i più esperti nel mese di aprile indicano come il punto preciso per la piantagione dei tulipani. Egli aveva detto a Rosa: