— Ah! respiro.
— È in un vaso di terra cotta, della larghezza giusta della brocca, dove voi avevate interrato il vostro; gli è in un terreno composto di tre quarti di terra ordinaria presa nel miglior punto del giardino e d’un quarto di terra di belletta di via. Oh! l’ho inteso dire così spesso da voi e da quell’infame di Giacobbe, come voi lo chiamate, in qual terra deve spuntare il tulipano, che lo so come il primo giardiniere di Harlem!
— Ora ah! ci resta l’esposizione. A quale è, Rosa?
— Ora tutta la giornata è al sole, quando c’è; ma quando il tulipano sarà spuntato dalla terra e quando il sole sarà più caldo, farò, caro signore Cornelio, come facevate qui voi. L’esporrò sulla mia finestra di ponente dalle tre pomeridiane alle cinque.
— Oh! così, così! esclamo Cornelio; voi siete un perfetto giardiniere, mia bella Rosa. Ma or che ci penso, la cultura del mio tulipano occuperà tutto il vostro tempo.
— Sì, gli è vero, disse Rosa; ma che importa? Il vostro tulipano è mio figlio; gli consacro tutto il tempo che spenderei per un mio bambino, se io fossi madre. Solo col divenire sua madre, soggiunse Rosa sorridendo, posso cessare di essergli rivale.
— Buona e cara Rosa! mormorò Cornelio, gettando sulla giovanetta uno sguardo, dov’era più dell’amante che dell’orticultore, e che consolò un poco Rosa.
Poi dopo un momento di silenzio, intantochè Cornelio aveva cercato per le aperture della graticola la mano fuggitiva di Rosa, riprese:
— Cosicchè son già sei giorni che il tallo è in terra?
— Sì, sei giorni, signor Cornelio, rispose la giovinetta.