Ciò accadde verso l’epoca che la società tulipaniera di Harlem propose un premio per chi scoprisse, noi non osiamo dire, per chi fabbricasse il gran Tulipano Nero, però senza vergature, problema non risoluto e riguardato come insolubile, se si consideri che a questa epoca la specie non esisteva neppure allo stato del bistro in natura. Il che faceva supporre a ognuno che i promotori del primo avrebbero potuto eziandio assegnare due milioni invece di cento mila lire; tanto la cosa era impossibile.

Il mondo tulipaniero non fu meno compreso di stupore di una tale proposta. Pure alcuni amatori ne presero l’idea, ma senza credere alla sua applicazione. Nulladimeno è tale la potenza immaginaria degli orticultori, che riconosciuta fin da principio senza fondamento la loro speculazione, non pensassero al momento che al gran tulipano nero, reputato chimera come il cigno nero d’Orazio e come il merlo bianco della tradizione francese.

Van Baerle fu uno dei tulipanieri, che ne prendesse l’idea; Boxtel fu uno di quelli, che si attennero alla speculazione. Dal momento che Van Baerle si ficcò tale idea nella sua testa perspicace e ingegnosa, cominciò la sementa e le operazioni necessarie per condurre dal rosso al bruno e dal bruno al bruno assoluto, i tulipani che aveva finallora coltivati.

L’anno innanzi aveva ottenuto prodotti di un bistro perfetto, e Boxtel li vide nella di lui casella, mentrechè egli non aveva trovato ancora che il bruno chiaro.

Sarebbe forse importante spiegare ai lettori le belle teorie, che consistono a provare che il tulipano impronta agli elementi i suoi colori; ci si saprebbe forse buon grado lo stabilire che niente sia impossibile all’orticultore, che mette a contribuzione, non già la sua pazienza e il suo genio, ma la freschezza delle acque, i succhi della terra, lo spirare dell’aria e il calore del sole. Ma questo non è un trattato sul tulipano in generale, è la storia di un tulipano in particolare che noi ci siamo risoluti di scrivere; noi faremo punto per quanti attraenti vi potessero essere sul proposto soggetto.

Boxtel vinto anche una volta dalla superiorità del suo nemico, disgustossi della cultura, e mezzo pazzo dedicossi tutto alla osservazione.

La casa del suo rivale era dominata. Giardino aperto al sole, gabinetto vetriato visibile; visibili cassette, armarj, involti e etichette, alle quali il canocchiale giungeva facilmente. Boxtel lasciò perire le cipollette nei loro postimi, seccare i semi nelle loro casse, morire i tulipani nelle cassette, e ormai vivendo solo per vedere, non si occupò che di quello che accadeva presso Van Baerle, sospirando a’ bei steli dei di lui tulipani, dissetandosi con l’acqua che loro gettavasi, e saziandosi della terra molle e fine che sovrapponeva il suo vicino alle sue benamate cipollette.

Ma la più curiosa delle operazioni non operavasi nel giardino. Suonava il tocco dopo la mezzanotte; e Van Baerle saliva al laboratorio nel suo gabinetto invetriato, dove il canocchiale di Boxtel giungeva benissimo, e là mercè la lucerna del sapiente facente le veci del lume diurno, la quale illuminava muro e finestre, dava possibilità di veder funzionare il genio inventivo del rivale. Boxtel lo vedeva manipolante i suoi semi e umettanteli di sostanze destinate a modificarli o a colorirli; e osservavalo attentamente, quando riscaldando certi suoi semi, bagnandoli poi, poi combinandoli con altri con una specie d’innesto, operazione minuziosa e maravigliosamente accorta, chiudeva allo scuro quelli, che dovevano dare il color nero, esponeva al sole o al lume quelli che dovevano dare il color rosso, metteva ad un continuo reflesso dell’acqua quelli che dovevano fornire il bianco, candida rappresentanza ermetica dell’umido elemento.

Questa magia innocente, frutto delle visioni infantili e del genio virile uniti insieme, questa paziente occupazione continua, della quale Boxtel riconoscevasi incapace, faceva sì che l’invidioso versasse nel canocchiale tutta la sua vita, tutto il suo pensiero, tutta la sua speranza.

Cosa strana! tanto interesse e l’amor proprio dell’arte non avevano estinto in Isacco l’invidia feroce e l’assetata vendetta. Qualche volta avendo sotto il suo canocchiale Van Baerle, era preso dalla illusione d’imberciarlo con un moschetto infallibile, e cercava col dito il grilletto per esplodere il colpo che lo doveva uccidere. Ma è tempo che riattacchiamo a quest’epoca delle fatiche dell’uno e dello spionaggio dell’altro la visita, che Cornelio de Witt, ruward di Pulten, faceva alla sua città natale.