Al che egli rispose: che al suo compare lo amava troppo e di più gli era un uomo troppo saggio per non avergli niente detto del contenuto di quei fogli, giacchè tal confidenza non avrebbe servito ad altro che a tormentare il depositario.

Gli si obiettò che se il signor de Witt avesse di tal sorte operato, avrebbe unito all’involto in caso di accidentalità un certificato costatante che il suo battezzato era completamente estraneo a quella corrispondenza, ovvero durante il suo processo avrebbegli scritto una lettera che potesse servire a sua giustificazione.

Cornelio rispose che senza dubbio il suo padrino non aveva pensato affatto che il suo deposito corresse pericolo alcuno, nascosto com’era in un armario che era riguardato come sacro al pari dell’arca da tutta la casa Van Baerle; che aveva per urgenza stimato inutile il certificato; che quanto a una lettera gli pareva sovvenirsi che un momento prima del suo arresto, siccome egli era assorto nella contemplazione di una cipolletta delle più rare, il servitore di Giovanni de Witt era entrato nel di lui prosciugatoio e aveagli rimesso un foglio; ma che di tutto questo eragli rimasto una ricordanza simile a una visione; che il servitore era scomparso e che quanto al foglio forse troverebbesi facendone diligente ricerca.

Quanto a Craeke era impossibile trovarlo, avvegnachè avesse abbandonato l’Olanda; e quanto alla carta gli era così poco probabile potersi ritrovare, che non valse neppure la pena a farne ricerca.

Cornelio stesso non insistè molto su questo punto, perchè posto anche che il foglio si ritrovasse, non potrebbe forse avere nessun rapporto con la corrispondenza che formava il corpo del delitto.

I giudici vollero avere l’aria di spingere Cornelio a difendersi meglio di quello che ei lo facesse; e usarono in faccia a lui di quella pazienza benigna, che denota o un magistrato interessato per l’accusato, o un vincitore che abbia atterrato il suo avversario, e che essendo completamente padrone di lui non ha bisogno di opprimerlo per perderlo.

Cornelio non accettò niente affatto tale ipocrita protezione, e in un’ultima risposta che diede con la nobiltà di un martire e la calma di un giusto, disse loro:

— Voi mi domandate cose, o signori, alle quali non ho niente altro a rispondere che la verità. La verità esatta, eccola. L’involto è venuto a me per la via che ho detto; protesto davanti Iddio che ne ignorava e ne ignoro ancora il contenuto; che nel giorno soltanto del mio arresto ho saputo che quel deposito era la corrispondenza del gran Pensionario col marchese di Louvois. E protesto finalmente che ignoro come siasi potuto sapere che quell’involto fosse presso di me, e soprattutto come io possa essere colpevole per avere ricevuto ciò che portavami il mio illustre infelice compare.

Questa fu tutta la perorazione di Cornelio. I giudici andarono ai considerandi:

Che ogni germoglio di dissenzione civile è funesto, e suscitatore di guerra, e che è interesse di tutti estinguere.