«Andate, suonano le dieci ore a Greenwich».

Realmente i tocchi di una campana ripetuti dieci volte traversarono lugubremente l’aria carica di grossi nuvoli che scorrevano in cielo come tante onde tacite e ognor succedentisi.

Groslow spinse l’usciale, che da Mordaunt fu chiuso per di dentro, e dato al marinajo di guardia l’ordine d’invigilare colla massima attenzione, discese nella barca, e questa si allontanò solcando i flutti con il doppio suo remo.

Era vento freddo, e la spiaggia deserta quando Groslow approdava a Greenwich. Erano partite varie barche. Nel momento ch’ei mise piede a terra udì come il galoppo di cavalli sulla strada cosparsa di ghiaja.

«Oh oh! disse, Mordaunt aveva ragione di farmi premura: non v’era tempo d’avanzo, eccoli».

Erano difatti i nostri amici, o piuttosto la loro vanguardia composta di d’Artagnan e di Athos. Giunti rimpetto al luogo ove stava Groslow si fermarono, quasi indovinassero esser là quello con cui avevano da trattare. Athos smontò, sciolse tranquillamente un fazzoletto del quale erano annodate le quattro punte, e lo fece sventolare per aria, intanto che d’Artagnan, sempre prudente, rimaneva mezzo chinato sul suo cavallo, con una mano nella sacca delle pistole.

Groslow, che nel dubbio che i cavalieri fossero o no quei che attendeva, si manteneva accosciato dietro ad uno di quei ferri conficcati nel terreno che servono ad arrotolare i cavi, si alzò visto il segnale stabilito, e si avviò incontro a loro. Aveva sì basso il cappuccio del pastrano che non era possibile di distinguergli il volto. E di più tale precauzione era superflua con la grande oscurità della nottata.

Eppure l’occhio penetrante di Athos, non ostante il bujo, si accorse non esser quegli Rogers.

«Che volete da me? disse a Groslow facendo un passo indietro.

«Milord, voglio dirvi, rispose Groslow affettando la pronunzia irlandese, che cercate inutilmente il capitano Rogers.