Allora, passando innanzi al Guascone e a Grimaud, mise con mano tremante la chiave nella serratura, e così furono nel secondo compartimento, dove Mousqueton e Blaisois si preparavano a cenare.
In quello evidentemente non trovavasi cosa da cercare o da osservare; si scorgeva ogni posto, ogni angolo, mediante una lampada che avevano i due degni compagni.
Sicchè, senza fermarsi, andarono a visitare il terzo locale.
Quello era la camera dei marinaj.
Tre o quattro cuccette sospese al palco, una tavola sostenuta da una fune doppia passata a ciascuna delle sue estremità, due panche marce e zoppe, ne formavano tutta la mobilia. D’Artagnan andò a sollevare due o tre vecchie vele che pendevano dalle pareti, e nulla vedendo di sospetto, ritornò dal boccaporto sul ponte.
«E questo camerino?» domandò d’Artagnan.
Grimaud fece all’Inglese la versione delle parole del moschettiere.
«È il camerino mio, rispose il padrone; ci volete entrare?
«Aprite», seguitò d’Artagnan.
Groslow obbedì. Il Guascone allungò il braccio munito del lampione, cacciò dentro il capo dall’usciale socchiuso, ed osservato che si trattava a dirittura di un buco, disse: