«Oh, signore, oh! disse porgendo questa a Porthos, siamo salvi! la lancia è carica di viveri!»
E frugando sollecito sotto la panca da cui aveva già levato il prezioso campione, portò su una dopo l’altra dodici bottiglie consimili, e del pane ed un pezzo di bove salato.
È superfluo il dire che questa roba trovata rese a tutti il buon umore, meno che ad Athos.
«Per Diana! disse Porthos, il quale ci rammentiamo aveva fame sino da quando poneva il piede sulla feluca; non è credibile quanto le emozioni indeboliscono lo stomaco!»
E s’inghiottì il contenuto di una bottiglia, divorandosi da sè solo un terzo del pane e della carne.
«Adesso, signori, disse Athos, dormite, o procurate di dormire, io veglierò».
Per altri uomini che i nostri ardimentosi avventurieri, una tale proposizione sarebbe stata derisoria. Realmente erano bagnati sino alle ossa, soffiava un vento diacciato, e le commozioni provate dovevano impedir loro di chiudere occhio; ma a quei naturali straordinari, a quei ferrei temperamenti, a que’ corpi avvezzi a tutti gli strapazzi, il sonno arrivava all’ora fissa senza mai mancare alla chiamata.
E quindi di là ad un momento, ciascheduno pien di fiducia nel piloto, ebbe posate le gomita a suo modo, e procurato di profittare del consiglio dato da Athos, il quale, seduto al timone e con gli occhi vôlti costantemente al cielo, ove di certo ei cercava non solo il cammino per la Francia, ma anche la faccia di Dio, rimase solo, conforme aveva promesso, desto e pensoso, dirigendo nella via da seguirsi la piccola barca.
Dopo alcune ore di sonno, Athos svegliò i viaggiatori.
I primi barlumi del giorno imbiancavano il mare azzurro, e a dieci tiri di schioppo circa verso la prora si scorgeva una mole nera, al di sopra della quale estendevasi una vela triangolare lunga e sottile come l’ala di una rondine.