LXXIX. Ritorno.

Athos ed Aramis avevano preso l’itinerario indicato da d’Artagnan, e camminato quanto più presto potevano; ad essi sembrava che fosse per loro più vantaggioso l’essere arrestati vicino a Parigi che lontano.

Ogni sera, nella tema che questo caso avvenisse loro di notte, tracciavano o sul muro o sui vetri il pattuito segno di riconoscimento, ma ogni mattina con sommo stupore al destarsi si trovavano liberi.

A misura che s’inoltravano verso la capitale, i grandi eventi dei quali erano stati spettatori, e che sconvolta avevano l’Inghilterra, si andavano dileguando come tanti nuvoli, mentre all’opposto venivano loro incontro quelli che avevano scosso Parigi e la provincia.

In quelle sei settimane d’assenza erano succedute in Francia tante cose piccole da formare quasi insieme un grandissimo caso. I Parigini, svegliatisi la mattina senza regina nè re, furono molto dolenti di siffatto abbandono, e l’assenza di Mazzarino sì caldamente bramata non compensò il rincrescimento di quella dei due augusti fuggiaschi.

Il primo sentimento che agitasse Parigi, allorchè intese la fuga per San Germano, a cui noi già facemmo assistere i nostri leggitori, fu dunque quella specie di spavento che assale i bambini quando e’ si destano di notte o nella solitudine. Il parlamento si mise in moto, e fu deciso che una deputazione si trasferisse presso la sovrana a pregarla di non privare più a lungo la capitale della sua regia presenza.

Ma la regina era tuttavia sotto la duplice impressione del trionfo di Lens e dell’orgoglio della sua scappata eseguita tanto felicemente. I deputati non solo non ebbero l’onore di esser da lei ricevuti, ma anche si fecero aspettare sulla scala grande, dove il cancelliere (lo stesso Seguier che noi vedemmo nella prima parte di quest’opera insistere ostinatamente per una lettera ripostasi perfino in seno dalla regina), il cancelliere, dicevamo, venne a dare loro l’ultimatum della corte, il quale portava che se il Parlamento non si umiliava dinanzi alla regale maestà, passando sopra senz’altro a tutte le questioni che avevano cagionata la contesa che li divideva, Parigi sarebbe assediata all’indomani; che digià, pure, nella previdenza di codesto assedio, il duca d’Orleans occupava il ponte di San Cloud, e il signor Principe, ancora risplendente della sua vittoria di Lens, stava in possesso di Charenton e San Dionigi.

Disgraziatamente per la corte, a cui una risposta moderata avrebbe forse restituito un buon numero di partigiani, questa cotanto minacciosa produsse un effetto contrario a quel che si attendeva; urtò l’orgoglio del Parlamento, che sentendosi robustamente appoggiato dal ceto borghese, a cui la grazia di Broussel aveva dato un concetto della propria forza, replicò alle lettere patenti, dichiarando che il ministro Mazzarino era notoriamente l’autore di tutti i disordini, e quindi lo dichiarava nemico del re e dello Stato, e gl’ingiungeva di ritirarsi dalla corte nel medesimo giorno, e dalla Francia negli otto giorni di tempo, spirato il qual termine, ove non obbedisse, comandava a tutti i sudditi del re di scagliarglisi contro.

Questa energica replica, che la corte non si aspettava, metteva Parigi e Mazzarino fuor della legge. Rimaneva solamente da sapersi chi la vincerebbe, o il parlamento o la corte.

Allora la corte fece i suoi preparativi di attacco, e Parigi quelli di difesa. I borghesi adunque erano occupati all’opera consueta dei borghesi in tempo di sommossa, cioè a stendere delle catene e tôrre il lastrico dalle strade, quando videro arrivare e dar loro ajuto, e condotti dal Coadiutore, il principe di Conti, fratello del principe di Condé, e il duca di Longueville suo cognato. E tosto si riconfortarono, perocchè avevano dalla loro due principi del sangue, e di più il vantaggio dal numero.