Athos sorrise senza rispondere.

Di là a cinque minuti bussavano al portone del principe.

Al portone faceva guardia una sentinella, come si costuma per i soggetti rivestiti di gradi superiori; nel cortile era pure un piccol corpo di guardia pronto ad obbedire agli ordini del luogotenente del principe di Conti.

A forma di quel che diceva la canzone il duca di Bouillon aveva la gotta e stava a letto; non ostante questa grave malattia, che da un mese gl’impediva di cavalcare, cioè da quando era assediata Parigi, fece dire, però, ch’era disposto a ricevere i signori conte di la Fère e cavaliere d’Herblay.

I quali furono tosto introdotti. L’ammalato era nella sua camera, coricato, ma circondato dall’apparecchio più militare che potesse immaginarsi: da per tutto, sospesi alle muraglie, spade, pistole, usberghi e archibugi, e agevolmente si scorgeva che il signor di Bouillon, appena non avesse più la podagra, darebbe non poca briga e molestia ai nemici del Parlamento. Intanto con sommo suo rincrescimento, conforme ei diceva, gli toccava starsene in letto.

«Ah! signori, esclamò visti ch’ebbe i due visitanti e tentando per sollevarsi un tantino uno sforzo che gli fe’ fare una boccaccia pel dolore terribile, siete fortunati, voi altri! potete montare a cavallo, andare e venire, combattere, per la causa del popolo. Ma io, vedete pure, sono confitto su queste lenzuola!.... Uh maledetta gotta! aggiunse con una nuova smorfia, maledettissima gotta!

«Monsignore, disse Athos, veniamo d’Inghilterra e toccando Parigi è stata nostra prima cura di portarci a domandar notizie della vostra salute.

«Grazie, grazie mille!.... la salute? cattiva, come osserverete.... maledetta gotta!.... Ah! siete arrivati d’Inghilterra? e il re Carlo sta bene, per quanto ho inteso poco fa.

«È morto, monsignore, disse Aramis.

«Veh! fece attonito il duca.