«Ma sì.... mi pare, per la strada, replicò Athos».
E guardò sorridendo Aramis, che dal canto suo osservò lui pure alquanto meravigliato.
«Maledettissima gotta! ripetè il signor di Bouillon che pativa assai.
«Monsignore, continuò Athos, in verità ci vuol tutta la vostra divozione alla causa parigina per rimanere, incomodato come siete, alla testa delle armate; tanta perseveranza produce in noi sincera ammirazione.
«Che volete, signori miei? bisogna pure (e voi due ne siete un esempio, voi sì prodi e zelanti, a cui il mio caro collega duca di Beaufort è debitore della libertà e fors’anco della vita) bisogna pure sacrificarsi alle pubbliche faccende. E perciò, lo vedete, io mi sacrifico. Bensì vi confesso che ho esaurita tutta la mia forza. Il cuore è buono, buona è la testa, ma questa podagra briccona mi ammazza, e non vi nego che se la corte rendesse paghe le mie domande, d’altronde giustissime, poichè non chiedo se non una indennizzazione promessami dall’antico ministro stesso quando mi fu tolto il mio principato di Sedan, se mi si dessero dominj del medesimo valore; se mi si risarcisse del non godimento di quella mia proprietà dacchè mi fu tolta, cioè da diciotto anni, se a quelli della mia casa si accordasse il titolo di principi; se il mio fratello di Turenne fosse rimesso in possesso del suo comando; mi ritirerei immediatamente nelle mie terre, e lascerei la corte ed il Parlamento aggiustarsi fra loro come meglio potessero.
«Ed avreste ragione, monsignore, rispose Athos.
«Voi pensate così; non è vero, signor conte di la Fère?
«Assolutamente.
«E anche voi, signor cavaliere d’Herblay.
«Pienissimamente.