«Oh! per questo, un momento; non si usino generosità inopportune, conte mio. Che diamine! la nostra sorte, e forse quella dei nostri amici, sta riposta in quel dispaccio.

«Ma Raolo non deve mancare all’obbligo suo, obbiettò Athos.

«In primo luogo egli è prigioniero, ve ne scordate? Dunque ciò che noi facciamo sta nel diritto di buona guerra. E poi i vinti non debbono essere schizzinosi su la scelta dei mezzi. Date qua il plico, Raolo».

Raolo esitava guardando Athos come per cercare nei di lui occhi una norma alla sua condotta.

«Date il piego; confermò Athos, voi siete prigioniero del cavaliere d’Herblay».

Il giovanetto cedè con ripugnanza. Aramis però, meno scrupoloso che il conte di la Fère, pigliò premurosamente il dispaccio, lo lesse, e restituendolo ad Athos gli disse:

«Voi che siete buon credente, leggete e vedrete, riflettendovi, in questa lettera qualche cosa che dalla Provvidenza si giudica importante di porre a nostra cognizione».

Athos pigliò la lettera inarcando le ciglia; ma l’idea che in essa si trattasse di d’Artagnan lo ajutò a superare il disgusto che provava a percorrerla.

Ed ecco quel che v’era scritto:

«Monsignore.