«Ebbene! e non son io quasi re, e re di Francia? Vi assicuro, signora, che di notte la mia zimarra da ministro appiè di un regio letto somiglia molto al manto di un re».

Era questa una di quelle umiliazioni che Mazzarino faceva subire ad Anna assai sovente, ed alle quali essa curvava il capo. Non vi furono altre che Elisabetta e Caterina II, che restassero ad un tempo amanti e regine pei loro amatori.

Anna adunque considerò con una specie di terrore la fisonomia minacciosa del ministro, che in tai momenti non era mancante di una certa grandiosità.

«Signore, ella replicò, non dissi io, e voi non udiste che io diceva a coloro, che voi fareste ciò che vi piacerebbe?

«In questo caso, mi pare che deve piacermi di restare: in ciò v’ha non solo il vostro interesse, ma oso asserire anche la vostra salvezza.

«Dunque restate, io non bramo altro; allora però, non mi lasciate insultare.

«Volete parlare delle pretensioni dei rivoltosi e del tuono con cui le esprimono? pazienza! Hanno scelto un terreno sul quale io sono generale più abile di loro, quello delle conferenze. Basterà a noi temporeggiare per vincerli. Hanno digià fame, e peggio sarà fra otto giorni.

«Eh mio Dio, lo so bene che finiremo così; ma non si tratta unicamente di loro; non sono essi che mi dirigono le ingiurie per me più offensive.

»Ah! vi capisco; voi intendete accennare alle reminiscenze che vanno eternamente richiamando quei tre o quattro gentiluomini. Noi per altro li abbiamo prigionieri, e sono per l’appunto abbastanza rei perchè li lasciamo detenuti quanto tempo ci convenga. Uno solo è ancora fuori del nostro potere, e ci schernisce: ma che diavolo! arriveremo ad unirlo a’ suoi compagni. Mi sembra che abbiamo fatte cose ben più difficili. Prima di tutto, per precauzione, io ho fatto rinchiudere a Rueil, cioè vicino a me, sotto a’ miei occhi, a portata della mia mano i due più intrattabili. Ed oggi subito ve li raggiungerà il terzo.

«Finchè saranno prigionieri, disse Anna, andrà benissimo, ma un giorno usciranno.