Ed ora, passiamo dal padiglione degli agrumi a quello di caccia.
In fondo al cortile ove mediante un loggiato formato di colonne joniche si scuoprivano i canili, sorgeva un fabbricato bislungo, che pareva si estendesse a guisa di un braccio davanti all’altro braccio, lo stanzone da agrumi, semicircolo che racchiudeva il cortile d’onore.
In quel padiglione, a pian terreno, erano rinserrati Porthos e d’Artagnan, ripartendosi le lunghe ore di detenzione antipatica pei due temperamenti.
D’Artagnan andava su e giù come un tigre, con l’occhio fisso, e ruggendo talora sulle inferriate di una larga finestra che dava sul cortile di servizio.
Porthos digeriva in silenzio un ottimo pranzo di cui erano stati levati allora di tavola i rilievi.
Uno pareva privo di ragione, e meditava; l’altro pareva meditasse profondamente, e dormiva; se non che il suo sonno era una continua agitazione, lo che poteva indovinarsi dal modo interrotto ed incoerente con cui russava.
«Ecco che si fa oscuro, disse d’Artagnan, devono esser vicine le quattro. Fra poco saranno ottantatrè ore che siamo qui dentro.
«Uhm! fece Porthos, tanto per mostrar di rispondere.
«M’intendete, dormiglione sempiterno? disse d’Artagnan impazientito che un altro potesse abbandonarsi al sonno di giorno, mentre egli stentava a riposare di notte.
«Che? domandò Porthos.