Porthos si calò abbasso dall’apertura; le cose andarono com’ei le aveva promesse. Il gigante si rimpiattò ove doveva transitare lo Svizzero, e quando questi gli fu davanti lo prese per il collo, gli turò la bocca, lo spinse a modo di una mummia a traverso ai ferri slargati della finestra, e rientrò dietro a lui.
Fu spogliato il secondo prigioniero ugualmente che il primo, e disteso sul letto, e fermato con delle cinghie, ed essendo il letto di quercia e le cinghie foderate si rimase tranquillissimi per questo al pari che pel precedente.
«Va ottimamente, disse d’Artagnan; ora datemi il vestito di quel briccone. Dubito che vi stia bene, Porthos, ma se vi è troppo stretto non abbiate paura, vi basterà il budriere, e specialmente il cappello con le penne rosse».
Si combinò per caso che l’ultimo dei due soldati era uno Svizzero gigantesco, talmente che eccetto pochi punti delle cuciture che si ruppero, il resto andò egregiamente.
Per qualche tempo non si udì se non lo stropiccio del panno, mentre Porthos e d’Artagnan si abbigliavano in fretta.
«È finita, dissero poi insieme. A voi altri, compagni (avvertirono ai due militari), nulla succederà se state buoni, ma se vi movete siete morti».
Coloro rimasero chiotti; dal pugno di Porthos comprendevano che la faccenda era seria, e che non esisteva ombra di scherzo.
«Adesso, disse d’Artagnan, voi, Porthos, avreste caro d’intendere?
«E sì, piuttosto.
«Or dunque, noi scendiamo nel cortile.