«Neppur questo, signora, perocchè il caso del mio arresto è preveduto non meno che quello della liberazione del ministro. Se domani ad un’ora fissa io non sono tornato, doman l’altro mattina il signor ministro sarà condotto a Parigi.

«Signor mio, ben si vede, che per ragione della vostra situazione vivete lungi dagli uomini e dalle faccende; chè diversamente sapreste qualmente il ministro è stato cinque o sei volte a Parigi, da quando noi ne siamo usciti, e colà ha veduto il signor di Bouillon, il signor Coadjutore, il signor d’Elboeuf, e neppur uno di essi ha avuta l’idea di farlo arrestare.

«Chiedo scusa, Maestà; tutto ciò mi è noto: e per questo, nè da Beaufort, nè da Bouillon, nè dal Coadjutore, i miei amici condurranno il ministro, attesochè quei signori fanno la guerra per loro proprio conto, ed il signor Mazzarino con accordare ad essi quel che desiderano presto si sbrigherebbe, ma bensì al Parlamento, che individualmente, in dettaglio, certamente si può comprare, ma per comprarlo in blocco, neppure il signor Mazzarino è ricco abbastanza.

«Mi pare, disse Anna fissando uno sguardo che sdegnoso in una donna, diventava terribile in una regina, mi pare che minacciate la madre del vostro re?

«Minaccio, perchè vi sono costretto. M’ingrandisco, perchè ho d’uopo di pormi all’altezza degli eventi e delle persone. Per altro, signora, credete una cosa, vera quanto è vero che v’è in questo petto tuttora un cuore che balza per voi: credete che voi foste l’idolo costante della nostra vita, che arrischiammo, e già il sapete, mio Dio! venti volte per la Maestà Vostra.... Or dunque, Vostra Maestà non avrà pietà de’ suoi servi, che da venti anni hanno vegetato nell’ombra senza lasciarsi fuggire in un solo sospiro i segreti sacri e solenni che aveano avuto la sorte di dividersi insieme con voi? Miratemi, signora, me che vi discorro, me che incolpate di alzar la voce e di assumere un tuono minaccioso. Che sono io? un povero ufficiale senza fortune, senza rifugio, senza avvenire, se lo sguardo della mia regina, che tanto tempo io ricercai, non si ferma su di me un momento. Mirate il conte di la Fère, tipo di nobiltà, fiore di cavalleria; egli ha preso partito contro la sua regina, o no, piuttosto contro il di lei ministro: e quegli non ha esigenze, mi sembra. Mirate finalmente du Vallon, animo fido, braccio di ferro; sono venti anni che attende dal vostro labbro una parola, la quale mercè il blasone lo faccia quel ch’egli è pel sentimento e pel valore. Mirate il vostro popolo, che è qualche cosa, poi, per una regina; il vostro popolo, che vi ama, eppur soffre; che voi amate, che pure ha fame; che non vorrebbe di meglio che benedirvi, e che voi però.... No no, ho torto; il vostro popolo non vi maledirà giammai.... Or bene, proferite un accento, e tutto è finito, e la pace succede alla guerra, la gioja al pianto, la felicità alle calamità».

Anna considerò con qualche meraviglia la faccia marziale di d’Artagnan, su cui poteva scorgersi una singolare espressione di commozione interna.

«Perchè non diceste tutto questo prima di agire? domandò.

«Perchè si trattava di provare alla Maestà Vostra un fatto di cui mi pare ch’ella dubitava: cioè che abbiamo tuttavia qualche valore, ed è giusto che di noi si faccia alcun caso.

«E codesto valore, per quanto io veggo, da nulla sarebbe trattenuto? disse Anna.

«Da nulla fu trattenuto in passato; perchè dovrebbe far meno all’avvenire?