«No no! esclamò il ministro, che diavolo! mio caro, guastereste ogni cosa; al contrario, tutto va a meraviglia. Conosco i vostri Francesi come se gli avessi fatti io dal primo all’ultimo: cantano, pagheranno. Durante la lega di che parlava testè Guitaut si cantava soltanto la messa. Vieni Guitaut, andiamo a vedere s’è fatta buona guardia ai Quinze-Vingts come alla barriera dei Sergenti».

E salutando con un cenno della mano Comminges, raggiunse d’Artagnan, che si ripose alla testa della sua piccola brigata, seguito immediatamente da Guitaut e dal ministro, ai quali veniva dopo il rimanente della scorta.

«È giusto, borbottò Comminges guardandolo allontanarsi, mi scordavo che purchè si paghi, a lui non occorre altro».

Si battè di nuovo la via Sant’Onorato, scomponendo sempre capannelli; in essi non si ragionava che degli editti della giornata, si compiangeva il giovine re che rovinava così il popolo senza saperlo, si buttava tutta la colpa a Mazzarino, si progettava di rivolgersi al duca d’Orleans ed al signor principe, si esaltavano Blancmesnil e Broussel.

D’Artagnan transitava fra mezzo a quelle comitive con la massima noncuranza, come se egli ed il suo cavallo fossero di ferro; Mazzarino e Guitaut discorrevano piano, i moschettieri, riconosciuto ormai il ministro, il seguitavano tacendo.

Arrivarono alla contrada San Tomaso del Louvre dov’era il posto militare dei Quinze-Vingts. Guitaut chiamò un ufficiale subalterno, che venne a render conto.

«Ebbene?» gli domandò Guitaut.

«Ah! mio capitano, da questa parte tutto va bene, se non che credo succeda qualche cosa in quel palazzo».

E additava un casamento magnifico situato precisamente sul luogo ove fu dipoi il teatro del Vaudeville.

«Là dentro? fece Guitaut, ma è il palazzo Rambouillet.