Pourquoi Gaston n’a-t-il le bras?[7].
Premesso questo, è da capirsi che il detenuto si limitasse ad ingiurie e imprecazioni.
Era il duca di Beaufort nepote di Enrico IV e di Gabriella d’Estrée, tanto buono, valoroso e fiero, e specialmente tanto guascone, quanto il suo avolo, ma molto meno letterato. Dopo essere stato per qualche tempo, alla morte del re Luigi XIII, favorito, uomo di confidenza, insomma il primo in corte, avea dovuto un giorno cedere il posto a Mazzarino e trovarsi secondo, e all’indomani avendo avuto il poco giudizio di crucciarsi per tale trasposizione e l’imprudenza di dirlo, la regina lo avea fatto arrestare e condurre a Vincennes da quello stesso Guitaut che noi vedemmo comparire sul principio di questa storia, e che avremo occasione d’incontrare di nuovo. Ben intesi la regina vuol dire Mazzarino. Non solo si erano sbarazzati così della sua persona e delle sue pretensioni, ma anche non si facevano più conti con lui, benchè fosse principe popolare, e da cinque anni egli abitava in una stanza pochissimo regia nella torre di Vincennes.
Codesto spazio di tempo, che avrebbe maturate le idee di qualunque altro, sul cervello del signor di Beaufort non produsse effetto alcuno. Infatti, un altro avrebbe riflettuto e qualmente s’ei non si fosse piccato ad urtare il ministro, a sprezzare i principi, ad andarsene solo senza altri seguaci (come dice il cardinale di Retz) che pochi malinconici con faccie da tristi cogitabondi, in cinque anni avrebbe ottenuto o la sua libertà o dei difensori. Probabilmente queste considerazioni non si presentarono tampoco alla mente del duca; la lunga sua detenzione non fece che consolidarlo maggiormente nello spirito di dispettosa ribellione, ed ogni giorno il ministro riceveva di lui tali notizie ch’erano a Sua Eccellenza oltremodo spiacevoli.
Il signor di Beaufort, dopo aver fatto fiasco in poesia, si era provato alla pittura. Disegnava col carbone la figura del ministro, e siccome la sua abilità men che mediocre nell’arte suddetta non gli permetteva di arrivare ad una grande somiglianza, così non volendo che rimanessero dubbi in quanto all’originale, egli scriveva sotto in italiano: Ritratto dell’illustrissimo facchino Mazzarino.
Il signor di Chavigny si recò a fare una vista al duca, e lo pregò di applicarsi ad altri passatempi, o almeno far ritratti senza la leggenda. Il giorno dopo la camera era piena di leggende e di ritratti. Il signor di Beaufort, secondo avviene però di tutti i prigionieri, faceva come i bambini che più si ostinano nelle cose più a loro proibite.
Il signor di Chavigny fu avvertito di questa nuova quantità di profili. Beaufort non abbastanza sicuro di sè per arrischiarsi alla testa di faccia, ne aveva provvista la sua stanza come una sala da esposizione. Questa volta il governatore non disse nulla, ma un giorno mentre il duca giuocava alla palla ci fece passare una spugna su tutti i disegni e dipingere la camera a guazzo.
Il signor di Beaufort ringraziò il Chavigny, che avea tanta bontà da ripulire e ridurre a nuovo i suoi cartoni, ed allora divise la camera in più compartimenti, dei quali dedicò ciascuno ad un tratto della vita del signor Mazzarino.
Il primo doveva rappresentare l’illustrissimo Mazzarino ricevendo un fiacco di bastonate dal Bentivogli di cui era stato servitore;
Il secondo, l’illustrissimo stesso, facendo la parte d’Ignazio nella tragedia del medesimo nome o titolo;