Il terzo, l’illustrissimo rubando il portafogli da primo ministro al signor di Chavigny che già si credeva di possederlo;
E finalmente il quarto, l’illustrissimo negando le lenzuola a Laporte cameriere di Luigi XIV, con dirgli che per un re di Francia era abbastanza mutare le lenzuola ad ogni trimestre.
Queste erano grandi composizioni, che di certo oltrepassavano la misura del talento del carcerato; ed infatti egli si era contentato di tracciare i quadri e porvi le iscrizioni.
Per altro le iscrizioni ed i quadri furono sufficienti a risvegliare gli scrupoli del signor di Chavigny, il quale fe’ prevenire il signor di Beaufort che se non rinunziava ai progettati ritratti ei gli toglierebbe tutti i mezzi di eseguirli. Il Beaufort rispose che poichè gli si levava il modo di acquistarsi rinomanza nelle armi voleva acquistarsela nella pittura, e non potendo essere un Bojardo o un Trivulzio intendeva diventare un Michelangiolo o un Raffaello.
Una mattina che il duca passeggiava nel cortile, gli fu tolto il fuoco, e col fuoco i carboni, e coi carboni la cenere, talchè quando tornò non trovò il più piccolo oggetto di cui servirsi a guisa di matita.
Il Beaufort gridò, strillò, bestemmiò, disse che si voleva farlo morire di freddo e di umidità come erano morti Puylaurens, il maresciallo Ornano e il gran priore di Vendome; al che gli fu risposto dal governatore, che qualora desse parola di abbandonare il disegno, o promettesse di non far pitture storiche, gli si renderebbe la legna e l’occorrente per accenderla. Egli non volle dare la parola, e rimase senza fuoco tutto il resto dell’inverno.
E di più, in un momento che il prigioniero era fuori furono raspate le iscrizioni, e la camera si ritrovò bianca e nuda senza il menomo segno dei di lui lavori.
Allora il signor di Beaufort comprò da uno de’ suoi guardiani un cane chiamato Pistacchio, dappoichè non v’era difficoltà che i carcerati avessero un cane. Il signor di Chavigny dette la sua autorizzazione per che il quadrupede cambiasse padrone. Il signor di Beaufort se ne stava delle ore intiere con quella bestia. Ognuno si figurava che in tali ore il detenuto attendesse all’educazione di Pistacchio, ma non si sapeva qual direzione a questa egli desse. Una volta, essendo ormai Pistacchio assai bene avvezzato, il Beaufort invitò il Chavigny e gli uffiziali di Vincennes ad una grande rappresentazione nella sua camera. Giunsero gl’invitati. La stanza era illuminata con quanti moccoli aveva il duca potuto procurarsi. Cominciarono gli esercizi.
Il signor di Beaufort, con un pezzo di gesso staccato dal muro, aveva segnata in mezzo all’appartamento una lunga riga bianca che rappresentava una corda. Pistacchio al primo comando si mise su quella linea, e si rizzò sulle zampe di dietro, e fra le zampe davanti tenendo uno scudiscio da sbattere gli abiti, principiò ad andare su per la riga con tutte le contorsioni che fanno i saltatori, poi restituita la mazza al padrone, ricominciò le medesime mosse senza equilibrio.
Grandi applausi si prodigarono all’intelligentissimo animale.