Il principe si mise in tasca biglietto e borsa, e si gettò sul letto. Si sapeva esser quello il suo compenso nei momenti di noja. Grimaud andò ad aprire. Era la Ramée che veniva dalle stanze del ministro dov’era accaduta la scena già da noi narrata.

La Ramée diede intorno uno sguardo indagatore, e veduti sempre i medesimi sintomi di antipatia fra il prigioniero e il custode sorrise d’interna soddisfazione.

E poi disse a Grimaud:

«Bene, mio caro, benone. È stato parlato di voi dianzi in buon luogo, e spero che abbiate presto delle notizie che non vi spiaceranno».

Grimaud salutò in un modo che cercò di rendere grazioso, e si ritirò conforme soleva quando giungeva il suo superiore.

«Ebbene, monsignore! disse la Ramée con la sua risata grossolana, fate sempre muso al povero giovanotto?

«Ah! siete voi, la Ramée? rispose il duca, affè gli era tempo che veniste. Mi ero buttato sul letto, ed avevo voltato il viso verso il muro per non cedere alla tentazione di mantener la promessa con istrangolare quello scellerato di Grimaud.

«Dubito però assai, ribattè il birro, spiritosamente alludendo alla mutolezza del suo subalterno, che abbia dette a Vostra Altezza cose spiacevoli.

«Lo credo, per Diana! un mutolo d’Oriente! vi giuro ch’era tempo che veniste, ed avevo premura di rivedervi.

«Troppa bontà, monsignore, seguitò la Ramée sensibile al complimento.