«Prenderemo per noi i pugnali e la fune, aggiunse il principe.
«E faremo mangiar la pera a la Ramée, rispose Grimaud.
«Mio caro Grimaud, replicò il signor di Beaufort, tu non parli spesso, ma quando parli, convien renderti giustizia, dici parole d’oro!»
XXII. Un’avventura di Maria Pichon.
Verso la stessa epoca in cui si tramavano quei progetti di fuga infra ’l duca di Beaufort e Grimaud, due uomini a cavallo, seguìti a poca distanza da un lacchè, entravano in Parigi pella via del sobborgo San Marcello. Erano il conte di la Fère ed il visconte di Bragelonne.
Era quella la prima volta che il giovinetto veniva a Parigi, ed Athos non aveva fatto figurare di molto la capitale, sua antica amica, mostrandogliela da quella parte: che di certo l’infimo villaggio della Touraine era più gradito alla vista che non fosse Parigi preso dal lato per cui dà inverso Blois. E quindi n’è duopo il dirlo, a vergogna della tanto vantata città, essa non produsse sul garzoncello che un effetto mediocre.
Athos si manteneva nel suo aspetto sereno e non curante.
Arrivato a San Medard, egli, che nel grande laberinto faceva da guida al suo compagno di viaggio, pigliò dalla strada delle poste, indi da quella delle Estrapade, e dopo dai fossi di San Michele, e in seguito di Vaugirard. Giunti nella via Feron, entrambi vi s’inoltrarono. Verso la metà di questa, Athos, alzando gli occhi sorridendo, ed accennando al ragazzo una casa di media apparenza, gli disse:
«Ecco una casa, o Raolo, dove ho passati i sette anni più dolci eppur più crudi della mia vita».
Raolo sorrise anch’esso e salutò la dimora. La di lui pietà pel suo protettore si manifestava in qualunque atto della sua esistenza.