In quanto ad Athos, conforme già avvertimmo, Raolo era per lui, non solamente il centro, ma anche (meno le vecchie rimembranze del reggimento) l’unico oggetto d’ogni suo affetto, e ciascuno comprende in qual modo e tenero e profondo poteva amare questa volta il cuore di Athos.

I due viaggiatori si fermarono in via del Vecchio Colombajo, all’insegna della Volpe verde. Athos conosceva da lunga pezza quella taverna; v’era stato cento volte con gli amici, ma da venti anni erano accaduti molti cambiamenti nell’albergo, principiando dalla padrona.

I forestieri consegnarono i palafreni ai garzoni, e siccome quegli erano animali di razza nobile, raccomandarono di averne somma cura, e che ad essi non si desse altro che paglia e avena, e si lavasse loro il petto e le gambe con del vino tepido. Avevano fatte venti leghe nella giornata! Indi, occupatisi in primo luogo dei corsieri, come debbono fare i veri cavalieri, chiesero eglino per sè due camere.

«Ora vi vestirete meglio, Raolo, disse Athos; vi presenterò a qualcuno.

«Oggi! fece il giovanetto.

«Tra mezz’ora».

Raolo s’inchinò.

Forse meno instancabile di Athos, il qual pareva di ferro, egli avrebbe preferito un bagno in quel fiume Senna, di cui aveva inteso a parlar tanto, e ch’era persuaso di trovare inferiore alla Loira ed al suo letto; ma il conte de la Fère aveva favellato, ed egli non pensò che ad obbedire.

«Appunto, disse Athos, adornatevi bene; vuo’ che vi trovino bello.

«Signore, rispose il ragazzo, spero che non si tratti già di matrimonio; conoscete gli impegni miei con Luigia.