«Addio Raolo, addio, figlio caro!

«Addio, signore, addio, mio benefattore!

Athos fe’ un cenno colla mano, chè non osava parlare, e Raolo si allontanò tenendo nella destra il cappello.

Athos rimase immobile a guardarlo sinchè ei disparve alla svolta di una strada. Allora gettata ad un villico la briglia del suo corsiero, salì piano i gradini, rientrò in chiesa, andò ad inginocchiarsi nel luogo più oscuro, ed ivi pregò.

XXV. Uno dei quaranta mezzi di fuga del sig. di Beaufort.

Frattanto passava il tempo per il prigioniero come per quelli che occupavansi della sua fuga; se non che per lui trascorreva più lentamente. Al contrario degli altri uomini, i quali prendono con calore una risoluzione pericolosa e si raffreddano a misura che avvicinasi il momento di eseguirla, il duca di Beaufort, il di cui coraggio era ormai passato per proverbio ed incatenato da una inazione di cinque anni, sembrava spingesse innanzi il tempo e co’ suoi voti chiamasse l’ora di agire. Esisteva nella sua fuga, indipendentemente dai progetti che faceva per l’avvenire, e, confessiamolo, molto vaghi ed incerti, un principio di vendetta che gli consolava il cuore. In primo luogo la sua clandestina partenza era un imbroglio pel signor di Chavigny, ch’egli aveva preso ad abborrire a motivo delle piccole persecuzioni in cui lo aveva assoggettato; poi un grave imbarazzo per Mazzarino che detestava ed esecrava a cagione dei grandi rimproveri che avea da fargli. Come ognun vede si manteneva l’opportuna proporzione tra i sentimenti del signor di Beaufort verso il governatore ed il ministro, il subalterno ed il padrone.

Di più il duca, che conosceva tanto bene lo interno del palazzo reale, e non ignorava le relazioni della regina col ministro, metteva in scena dalla sua carcere tutto quel movimento drammatico che succederebbe allorchè dal gabinetto di Mazzarino alla camera di Anna echeggiasse il grido «È scappato di Beaufort!» E ripensando a tutto questo, se la rideva fra sè, e gli pareva già di esser fuori a respirar l’aria delle pianure e delle selve, dando di sprone a un robusto corsiero, ed esclamando ben forte: «Son libero!»

È vero che ritornato poi in sè stesso si trovava tra quattro mura, vedeva dieci passi distante la Ramée che rigirava un dito pollice sull’altro, e nell’anticamera le otto guardie che scherzavano o bevevano.

L’unica cosa che lo riposava da quadro sì odioso, tanto è grande l’instabilità della mente umana, era la faccia arcigna di Grimaud, quella faccia che in sul principio egli aveva presa ad odiare e che indi era diventata tutta la sua speranza. Grimaud gli sembrava bello a pari d’un Antinoo.

È superfluo il dire che tutto questo era un giuoco dell’immaginazione riscaldata del nostro detenuto. Grimaud era sempre lo stesso; e quindi si conservava l’intera fiducia del suo superiore. La Ramée che ormai avrebbe contato più su di lui che sopra sè medesimo, giacchè, come accennammo, la Ramée provava in fondo al cuore una tal qual debolezza a favore del sig. di Beaufort.