S’incominciò la partita. Questa volta il duca era in vena, e v’era quasi da dire che posasse colle dita le pillotte dove voleva ch’elle andassero. La Ramée fu battuto compiutamente.

Quattro dei guardiani del signor di Beaufort lo avevano accompagnato e raccoglievano le palle. Terminato il giuoco, egli burlando la Ramée pella sua poca abilità, offerse ai guardiani due luigi acciò andassero a bere alla sua salute con gli altri quattro loro camerati.

Coloro chiesero l’autorizzazione a la Ramée, il quale la concesse, ma soltanto per la sera. Sino allora egli aveva da occuparsi di faccende importanti, e dovendo far varie gite desiderava che in assenza sua il prigioniero non si perdesse di vista.

Qualora il signor di Beaufort avesse disposte le cose di per sè, probabilmente le avrebbe fatte meno a sua convenienza di quello che le accomodasse il suo custode.

Finalmente suonarono le sei! sebbene non s’avesse da porsi a tavola sino a sette ore, il pasto era pronto e apparecchiato. Sopra una credenza stava il pasticcio colossale con le armi del duca, che pareva cotto appuntino, da quanto si poteva giudicare al color dorato della crosta.

E tutto il rimanente era sul medesimo genere.

Tutti avevano grande impazienza, le guardie d’ire a bere, la Ramée dì mettersi a mensa, e il signor di Beaufort di scappare.

Il solo Grimaud se ne stava impassibile. Avreste detto che Athos lo avesse educato nella previdenza di quella grande circostanza.

In certi momenti il duca guardandolo domandava fra sè se pur sognava, e se quella figura di marmo era realmente al suo servizio, e se si animerebbe arrivato l’istante opportuno.

La Ramée licenziò le guardie, ad esse raccomandando di bere alla salute del principe, e indi partite ch’esse si furono serrò le porte, si mise in tasca le chiavi, e additò la tavola al duca in modo che significava: