«Quando vorrà monsignore».

Il principe guardò Grimaud, Grimaud guardò l’orologio a pendolo; erano appena sei ore e un quarto; la fuga era fissata per le sette, talchè restava da aspettare tre quarti d’ora.

Il signor di Beaufort per acquistare uno di quei tre quarti, addusse a mo’ di pretesto una certa sua lettura e chiese di finire il capitolo. La Ramée si accostò, allumò di su la spalla che libro fosse quello avente tanta influenza sopra Sua Altezza da impedirle di sedersi a mensa imbandita la cena.

Erano i Commentarj di Cesare, ch’egli stesso ad onta delle istruzioni del signor di Chavigny, procacciati gli aveva tre giorni innanzi.

E la Ramée si propose fermamente di non più porsi in contravvenzione coi regolamenti della torre.

Intanto sturò le bottiglie, e andò ad annusare un tantino il pasticcio.

Alle sei e mezza il duca si alzò dicendo in aria grave:

«Assolutamente Cesare era l’uomo più grande dell’antichità.

«Vi par proprio così, monsignore? fece la Ramée.

«Sì.