«Ebbene, io ho più caro Annibale.
«E perchè, messer la Ramée?
«Perchè non ha lasciato commentarj», replicò il birro col suo solito sorriso assai comune.
Il signor di Beaufort capì l’allusione, e si mise a tavola ammiccando a la Ramée si situasse dirimpetto.
E il birro non se lo fece mica dire due volte.
Non v’è faccia tanto espressiva come quella di un vero ghiottone che stia davanti a lauta mensa; e la faccia di la Ramée, mentre dalle mani di Grimaud ei riceveva la sua scodella di minestra, offeriva il sentimento della vera beatitudine.
Il duca lo guatò sogghignando.
«Per bacco! egli disse, ma sapete che se qualcuno mi asserisse esservi al mondo un uomo più felice di voi, io non lo crederei?
«E in coscienza avreste ragione, monsignore. Per me confesso che quando ho fame non conosco veduta più piacevole che una tavola bene imbandita; e se aggiungete che quegli che tratta è il nepote d’Enrico il Grande, comprenderete che l’onore che si riceve raddoppia il diletto che si gode».
Il principe s’inchinò colla vita, ed apparve un sorriso impercettibile sul volto di Grimaud che stava dietro a la Ramée.