«Mio caro la Ramée, disse il signor di Beaufort, non v’è uno eguale a voi per far un complimento.

«No, monsignore, rispose l’altro nel calore dell’animo suo, no davvero, dico quello che penso, e in questo che vi dico non c’è complimento.

«Dunque mi siete affezionato?

«Cioè, non mi consolerei più se Vostra Altezza uscisse da Vincennes.

«Stranissima maniera di dimostrarmi la vostra afficione (il principe voleva dire: la vostra affezione).

«Ma, Altezza, soggiunse la Ramée, fuori di qui che fareste? qualche pazzia che vi metterebbe in dissapori con la corte e vi farebbe piantare alla Bastiglia invece di Vincennes. Il signor di Chavigny non è garbato, ne convengo (seguitò trincando un bicchierino di Madera), ma il signor du Tremblay è anco di peggio!

«Veramente? fece il duca, il quale aveva genio all’andamento che prendeva il colloquio, e tratto tratto osservava l’orologio la di cui lancetta progrediva con tal lentezza da farlo disperare.

«Che volete aspettarvi dal fratello di uno ch’è avvezzato alla scuola del Richelieu? Ah! Altezza, date retta a me, l’è una gran sorte che la regina, che per quanto ho inteso dire vi ha voluto sempre bene, abbia avuta l’idea di mandarvi qui, dove abbiamo passeggio, giuoco di palla, buoni pasti ed aria ottima.

«Sicchè a sentir voi, continuò il principe, sono molto ingrato per aver concepito un sol momento il pensiero d’uscir di qua?

«È il colmo dell’ingratitudine! ma Vostra Altezza non vi ha mai pensato sul serio.