«Ohimè, gli è vero, disse Mousqueton armandosi benissimo, ma lo avevo dimenticato».

Partirono velocemente, ed arrivarono al palazzo verso le sette ore e un quarto. Nelle strade era gran folla, essendo il giorno della Pentecoste, e si osservava con meraviglia passare quei due cavalieri, che uno sembrava fresco uscito da uno scatolino, e l’altro sì polveroso che potevasi credere proveniente da un campo di battaglia.

Anche Mousqueton richiamava gli sguardi degli scioperati, e siccome il romanzo di Don Chisciotte era allora nella massima sua voga, alcuni dicevano esser quegli Sancio, il quale perduto un padrone ne aveva ritrovati due.

Entrato nell’anticamera d’Artagnan si vide fra’ conoscenti. V’erano dei moschettieri della sua compagnia che precisamente erano di guardia. Fece chiamare l’usciere, e gli mostrò la lettera del ministro che gl’ingiungeva di ritornare senza perdita di un minuto secondo. L’usciere s’inchinò e passò da Sua Eccellenza.

D’Artagnan si volse a Porthos, e gli parve osservare che lo agitasse un lieve tremore. Laonde, accostatosi, gli disse all’orecchio:

«Coraggio, mio prode amico! non vi sgomentate: state su di me, l’occhio dell’aquila è chiuso, e non abbiamo più da fare che con un semplice avvoltojo. Tenetevi ritto e impettito come nel giorno del bastione di S. Gervasio, e non v’inchinate di troppo a quell’italiano, chè ne avrebbe mal concetto di voi.

«Bene, bene! rispose Porthos».

Ricomparve l’usciere.

«Entrate, signori, egli disse, Sua Eccellenza vi aspetta».

Di fatti Mazzarino era seduto nel suo gabinetto, affaticato a cancellare più nomi che potesse da una nota di pensioni e benefizj. Vide con la coda dell’occhio entrare d’Artagnan e Porthos, e quantunque si fosse consolato all’annunzio del messo, non figurò di cambiarsi minimamente.