«Ebbene, signor barone, diceva d’Artagnan, vi avevo promesso di porvi in esercizio; vedete che vi mantengo la parola.

«Sì, capitano», rispose Porthos.

Si volsero indietro. Mousqueton, più sudante che la bestia che cavalcava, stava a doverosa distanza. A tergo a lui galoppavano le dieci guardie.

I borghesi storditi comparivano sulla soglia delle case, e i cani istizziti correvano appresso ai cavalli abbajando.

Sul canto del cimitero S. Giovanni, d’Artagnan buttò in terra un uomo, ma era un avvenimento troppo piccolo per trattenere genti che avevano tanta fretta; sicchè la comitiva continuò pel suo viaggio come se i corsieri avessero avuto le ali.

Ahimè! avvenimenti piccoli non vi sono in questo mondo, e noi vedremo che quello fu in procinto di rovinare la monarchia.

XXVII. La strada maestra.

Andarono in tal guisa quanto era lungo il sobborgo S. Antonio e la via di Vincennes; in breve furono fuori di città, presto nella macchia, e dopo poco alle viste di un villaggio.

Sembrava che i cavalli ad ogni passo si animassero maggiormente, e le loro nari principiavano ad arrossarsi come ardenti fornaci. D’Artagnan ficcando gli sproni nel ventre al suo, precedeva Porthos di un braccio circa. Mousqueton li seguitava, e poi le guardie a varie distanze secondo la bontà dei loro animali.

Di cima ad un’eminenza d’Artagnan vide una riunione di persone ferme dall’altro lato della torre che dà sopra S. Mauro. Comprese che di là fosse fuggito il prigioniero, e che ivi potrebbe egli ottenere schiarimento. In cinque minuti arrivò sino a quel punto e le guardie là pure lo raggiunsero.