«Ebbene, monsignore, mi pare che se mi ci trovo per un abbaglio....

«Sì sì, tutto questo può aggiustarsi.... Voi siete capace di capire certi affari, e una volta capiti, mandarli innanzi per bene.

«Tale era l’opinione del signor di Richelieu, e la mia ammirazione per quel grande uomo maggiormente si accresce dacchè vi compiacete dirmi ch’è pure la vostra.

«È vero, soggiunse Mazzarino, il defunto ministro aveva molta politica: questa costituiva la sua superiorità su di me, che sono un uomo semplice e senza secondi fini; è quello il mio danno, di avere una franchezza addirittura francese».

Rochefort ai morse il labbro per non ridere.

«Sicchè, vengo alla sostanza: ho bisogno di buoni amici, di servi fedeli; quando dico: ho bisogno, voglio dire: ne ha bisogno la regina. Io non fo nulla se non per comando della regina, intendete? non sono come il signor di Richelieu che faceva tutto a suo capriccio. E perciò non sarò mai un grand’uomo a pari suo, ma invece sono un uomo buono, signor di Rochefort, e spero di provarvelo».

Rochefort conosceva quella voce melata in cui entrava tratto tratto un fischio simile a quel della vipera.

«Sono prontissimo a creder tutto, monsignore, ei rispose, quantunque dal canto mio abbia avuto poche prove di quella bontà di cui parla Vostra Eccellenza. Non vi dimenticate (seguitò veggendo l’impressione che cercava di occultare il ministro) che da cinque anni io sono nella Bastiglia, e non v’è niente che guasti tanto le idee come il guardare le cose dalle inferriate di un carcere.

«Ah! signor di Rochefort, vi ho di già dichiarato che non ci avevo che fare, nella vostra carcerazione.... La regina.... collera di donna e di principessa, che volete? ma passa da sè com’è venuta, e poi non ci si pensa più....

«L’intendo, monsignore, che non vi pensi più, essa che ha passati quei cinque anni nel Palazzo Reale tra le feste ed in mezzo ai cortigiani; io però che gli ho consumati in prigione....