«In verità, siete singolare! disse Aramis, veniste per farmi delle proposizioni: ma me le faceste? signor no; mi scandagliaste, e niente altro. Che vi dissi? che Mazzarino era un mascalzone e che non servirei Mazzarino. Ma non più di così. Vi dichiarai forse che non avrei servito un altro? Al contrario, mi pare che vi feci intendere ch’ero tutto dei principi. Anzi, se non m’inganno, scherzammo piacevolmente sul caso probabilissimo in cui riceveste dal ministro l’incarico di arrestarmi. Siete uomo di parte? sì, senza alcun dubbio. Or bene, e perchè noi non dobbiamo essere uomini di parte? Voi avete il vostro segreto come noi abbiamo il nostro; non ce li siamo ricambiati, meglio così! è prova che sappiamo custodire i nostri segreti.
«Di nulla vi fo rimprovero, signore; ribattè d’Artagnan, solo perchè il signor conte di la Fère parlava di amistà, sono passato ad esaminare il vostro contegno.
«E in questo che trovate?» domandò con alterigia Aramis.
Corse il sangue alle tempie a d’Artagnan, ed egli si alzò dicendo:
«Trovo ch’è quello di un ipocrita».
Porthos ancora si era levato in piedi; talchè i quattro signori stavano diritti e minacciosi uno di faccia all’altro.
Alla risposta di d’Artagnan, Aramis fece un movimento come per metter mano alla spada.
Athos lo trattenne.
«D’Artagnan, esso disse, voi qui venite questa sera, tuttavia furibondo per la nostra avventura di jeri. Io vi stimava di cuore assai grande perchè in voi un’amicizia di venti anni resistesse ad una disfatta di amor proprio di un quarto d’ora. Orsù, ditelo a me: vi sembra di avere di che incolparmi? Se sono in fallo, io lo riconoscerò».
La voce grave ed armoniosa di Athos aveva sempre sovra d’Artagnan l’usata influenza, laddove quella di Aramis diventata aspra e stridula ne’ suoi momenti di mal umore lo irritava. Quindi ci replicò al primo: