Tosto i tre cavalcanti si scagliarono ad incontrare i due nostri gentiluomini, mentre gli altri tre a piedi terminavano di spogliare i due viaggiatori.
Che in vece di un corpo disteso in terra ve n’erano due.
A distanza, di Guiche sparò pel primo, ma non colse l’uomo a cui mirava. Lo Spagnuolo che facevasi innanzi a Raolo sparò esso pure, e Raolo si sentì al braccio sinistro un dolore simile a quello di una frustata. Mandò egli la botta, e lo Spagnuolo, preso in mezzo al petto, stese le braccia e cadde supino sulla groppa del suo destriero, che, vinta la mano, girò da una parte e lo trasportò via.
Nel momento Raolo vide come a traverso a un nuvolo la canna di un moschetto che su di lui dirigevasi. Gli tornò in mente la raccomandazione di Athos, e con un moto rapido quanto il baleno fece impennare il suo animale e scoccò la botta.
Il cavallo fece un balzo, mancò dalle quattro zampe, e cascò imbarazzando sotto di sè la gamba di Raolo.
Lo Spagnuolo si slanciò afferrando lo schioppo dalla canna onde rompere col calcio la testa a Bragelonne.
Disgraziatamente, Raolo, nella sua situazione, non poteva levare la spada dal fodero, nè la pistola dalle saccoccie della sella; vide il calcio del fucile che gli stava più su del capo, e a suo malgrado era per chiuder gli occhi, ma di Guiche arrivò in un balzo addosso allo Spagnuolo e gli mise la pistola alla gola.
«Arrendetevi! gli disse, o siete morto!»
Al soldato scivolò di mano il moschetto, ed ei si arrese.
Guiche, chiamato uno dei suoi domestici, gli affidò la custodia del prigioniero, con ordine di abbruciargli il cervello se facesse il minimo atto onde fuggire; smontò sollecito e si accostò a Raolo.