«Affè, signor mio, gli disse Raolo ridendo, benchè nella sua pallidezza s’appalesasse la commozione inevitabile di un primo fatto; voi pagate prestissimo i vostri debiti, e non avete voluto restarmi obbligato per un pezzo. Senza di voi ero morto! aggiunse ripetendo le parole del conte.

«Il mio nemico, fuggendo, replicò di Guiche, mi ha data ogni facilità di venirvi a soccorrere. Siete ferito gravemente? vi veggo tutto insanguinato!

«Credo, rispose Raolo, di avere al braccio come uno sgraffio. Ajutatemi dunque a cavarmi di sotto al cavallo, e spero, che non vi sarà impedimento a che si continui il nostro viaggio».

Il signor d’Arminges ed Olivain erano digià a terra, e sollevavano il corsiero, il quale si dibatteva nell’agonia. Raolo riuscì a trarre il piede dalla staffa e la gamba di sotto all’animale, ed in un attimo si trovò ritto.

«Nulla di rotto? chiese di Guiche.

«No, grazie al cielo.... Ma che n’è stato dei disgraziati che quei manigoldi assassinavano?

«Siamo arrivati troppo tardi, gli hanno uccisi, secondo me, e sono scappati portando seco il loro bottino; i miei due servi sono accanto ai cadaveri.

«Andiamo a vedere se sono veramente morti o se si potesse dar loro assistenza, disse Raolo; Olivain, abbiamo ereditato due cavalli, ma io ho perduto il mio; prendete il migliore dei due per voi, e date a me l’altro».

E si appressarono al luogo ove giacevano le due vittime.

XXXIV. Il supposto monaco.