«Signori, disse la regina, alcuni anni sono io aveva d’intorno gentiluomini, tesori, armate; tutti questi ad un mio cenno si adopravano in servizio mio. Oggi, guardate qui a me vicino, forse ne stupirete, ma per compiere un disegno che dee salvarmi la vita non ho altro che lord di Winter, un amico da venti anni, e voi, o signori, che veggo per la prima volta e conosco soltanto come miei concittadini.

«E basta, fece Athos con un profondo saluto, se la vita di tre uomini può riscattare la vostra.

«Grazie, signori. Ma ascoltatemi: non solo io sono la più misera delle regine, sono anche la più sventurata fra le madri, la più disperata fra le mogli; i miei figli, due per lo meno, il duca d’York e la principessa Carlotta, sono da me lontani, esposti ai colpi degli ambiziosi e dei nemici; il re mio consorte conduce in Inghilterra una sì dolorosa esistenza che poco io vi dico asserendovi che cerca la morte come cosa per lui da bramarsi. Ecco la lettera che mi fece pervenire per mezzo di milord di Winter: leggete».

Athos ed Aramis si scusavano.

«Leggete, ripetè la regina».

Athos lesse ad alta voce la missiva a noi nota, nella quale il re Carlo domandava se in Francia gli sarebbe accordata l’ospitalità.

«Ebbene? fece poi Athos.

«Ebbene, ribattè Enrichetta, ha ricusato».

I due amici ricambiarono fra loro un sorriso di disprezzo.

«Ed ora che si dee fare? continuò il conte di la Fère.