Era Friquet. E la Gervasia, sentendosi meglio sostenuta, rinforzò gli urli e fece coro completo.

Già a’ balconi si mostravano visi curiosi; accorreva la plebe richiamata alla fine della contrada; prima uomini, poi comitive, e dopo la calca; si sentiva lo strepito, si vedeva una vettura, e nessuno capiva. Friquet saltò dal mezzanino sull’imperiale del legno.

«Vogliono arrestare il signor Broussel! gridò; nella carrozza vi sono le guardie, e l’uffiziale è lassù!»

La moltitudine, raccoltasi, mormorò, susurrò, e si accostò ai cavalli. Le due guardie rimaste nell’andito salirono a dar soccorso a Comminges; quelle ch’erano nel legno aprirono lo sportello ed incrociarono le lancie.

«Li vedete! esclamava Friquet, li vedete? eccoli! eccoli!»

Il cocchiere, voltatosi, diede a Friquet una buona frustata che lo fece urlare dal dolore.

«Ah! vetturino del diavolo! disse questo, ti ci mescoli anco tu! aspetta, aspetta!»

E reduce nel mezzanino, scagliò sul degno auriga quanti projettili potè ritrovare.

A malgrado delle ostili dimostrazioni delle guardie, e forse anzi a motivo di tali dimostrazioni, la folla si diede a schiamazzare e si appressò ai cavalli. Le guardie fecero indietreggiare i più facinorosi a suon di lanciate.

E cresceva il tumulto; e la strada non era più capace a contenere gli spettatori che pullulavano da ogni banda; e la calca ingombrava persino lo spazio che fra loro e la carrozza formavano le terribili picche. I soldati, respinti come da muraglie viventi, sarebbero a momenti schiacciati: fra le assi delle ruote e li sportelli delle vetture. Il grido: «In nome del re!» ripetuto ben venti fiate dal birro, a nulla giovava contro quella tremenda moltitudine, ed al contrario pareva vieppiù la esacerbasse; ed ecco udendo: «In nome del re!» scagliarsi un cavaliero, ed al mirare uniformi maltrattate, avventarsi fra la mischia, con la spada in mano, e recare alle guardie inattesa assistenza.