La notte passò in una sorda agitazione; all’indomani si rividero i pastrani bigi e neri, le pattuglie di mercanti armati e le truppe di accattoni.
La regina era stata tutta la nottata a conferenza col signor Principe, che introdotto a mezzanotte nel di lei oratorio non l’aveva lasciata sino alle cinque ore.
Alle cinque Anna si recò nel gabinetto di Mazzarino; s’ella non si era ancor coricata, egli però era digià alzato.
Ei redigeva una risposta per Cromvello: erano già trascorsi sei giorni dei dieci che aveva presi di tempo da Mordaunt.
«Eh! diceva, l’avrò fatto aspettare un poco; ma il signor Cromvello sa troppo bene che cosa sono le rivoluzioni perchè non abbia a scusarmi.»
E rileggeva con tutta compiacenza il primo paragrafo del suo scritto, quando fu toccato pianino l’usciale che comunicava agli appartamenti della regina. Di là non potea venire altri che Anna. Il ministro si alzò e si fece ad aprire.
La sovrana era vestita in succinto, ma questo le stava sempre bene, giacchè al pari di Diana di Poitiers e di Ninon, Anna conservò il privilegio di rimanere ognora bella; e quella mattina era più bella del solito, avendo negli occhi tutto il fulgore che dà allo sguardo l’interna allegrezza.
«Che avete, signora? disse inquieto Mazzarino, mi parete superba.
«Sì, Giulio, superba e contenta, che ho trovato il mezzo di soffocare quell’idra.
«Siete una grande politica, regina mia; sentiamo il mezzo.»