«Tu, urlò d’Artagnan oramai più incollerito, afferrando per le orecchie il garzone, tu comincerai da star qui; e non ti muovere, o che ti strappo quel che ti ho già preso. Voi, illustre discendente di Guglielmo Tell, farete un fagotto dei vostri abiti, che sono nella mia stanza e mi danno impaccio, e partirete subito a procurarvi un altro albergo».

Lo Svizzero si mise a ridere fortemente.

«Io pardire! e perghè?

«Ah! va bene, disse d’Artagnan; allora, venite meco a fare un giro, e vi spiegherò il resto».

La locandiera, che conosceva d’Artagnan per lama fina, si diede a piangere, e a svellersi i capelli.

Questi si volse dalla parte della bella piangente.

«Dunque, mandatelo via, signora!

«Oipò! replicò lo Svizzero, a cui era bisognato un dato tempo per comprendere la proposizione fattagli dal moschettiere, oipò! prime, chi siete per proborre un gire con voi?

«Sono tenente dei moschettieri di Sua Maestà, e in conseguenza vostro superiore in tutto; solamente, siccome qua non si tratta di grado, ma di biglietto di alloggio, voi conoscete l’usanza: venite a procacciarvi il vostro; il primo che qui torni riprenderà la sua camera».

D’Artagnan condusse fuori lo Svizzero, ad onta delle lamentazioni della locandiere, la quale in fondo si sentiva propendere il cuore all’antico amore, ma non avrebbe sgradito di dare una lezione all’orgoglioso moschettiere che le avea fatto l’affronto di ricusare la sua mano.