«Oh, oh, oh, signore! voi mi disonorate.

«Capperi! esclamò d’Artagnan, sappiate, messer Olivain, che genti come noi non si fanno servire da codardi. Rubate al vostro padrone, mangiategli le conserve e bevetegli il vino, ma per Diana! non siate codardo, o che vi taglio le orecchie. Guardate Mouston, pregatelo di mostrarvi le onorevoli ferite che ha ricevute, e vedete qual dignità gli ha posta sul sembiante il suo coraggio».

Mousqueton era al terzo cielo, e se avesse osato avrebbe dato un bacio a d’Artagnan, e frattanto si proponeva di farsi ammazzare per esso se mai si presentasse l’occasione.

«Licenziate quel furfante, disse d’Artagnan a Raolo, poichè s’è vigliacco, un giorno o l’altro si disonorerà.

«Il padrone mi tiene per vigliacco, gridò il servitore, perchè l’altro giorno volle battersi con un alfiere del reggimento di Grammont ed io ricusai di accompagnarlo.

«Signor Olivain, un lacchè non deve mai disobbedire; rispose il tenente con severità».

Poi traendolo in disparte:

«Facesti benissimo, se il tuo padrone aveva torto, ed eccoti uno scudo per te; ma se una volta egli è insultato e tu non ti fai fare a pezzi al suo fianco, ti taglio la lingua e te la batto sul muso. Tienlo a mente per bene!»

Il domestico s’inchinò e si pose in tasca la moneta.

«Ora, amico Raolo, disse d’Artagnan, il signor du Vallon ed io partiamo come ambasciadori; non posso dirvi con che scopo, non lo so nemmen io: ma se avete bisogno di qualche cosa, scrivete alla signora Maddalena Turquaine, al Granchio, in via Tiquetonne, e traete su quella cassa come su quella di un banchiere.... pianino però, giacchè vi avverto che non è provvista quanto quella del d’Emery».