— Scrivo con questo stesso corriere al nostro degno Aramis al suo convento. —

«Al suo convento, sì, ma a che convento? ve ne sono due cento in Parigi, e tremila in Francia. E poi, forse nel mettercisi avrà mutato nome per la terza volta.... Ah! se fossi dotto in teologia, e mi ricordassi almeno il soggetto delle sue tesi, ch’ei discuteva tanto bene a Crevecoeur col curato di Montdidier, vedrei a qual dottrina è più propenso e ne dedurrei di qual Santo possa esser divoto a preferenza.... Eh! se me ne andassi dal ministro, e gli chiedessi un salvocondotto per entrare in tutti i chiostri possibili, sarebbe una buona idea, e probabilmente lo rinverrei colà come Achille.... Sì, ma questo è un confessare da bel principio la mia impotenza e perdermi di botto nel concetto del ministro. I grandi non ci hanno gratitudine se non quando si fa per loro l’impossibile. — Se fosse stato possibile (ci dicono) lo avrei fatto da me.... — E hanno ragione.... Ma aspettiamo un poco.... Ebbi una lettera anche da lui, dal caro amico, e per segno mi chiedeva un piccolo favore e glielo feci.... Ah! sì, ma adesso, dove diavolo l’ho messa?»

D’Artagnan riflettè un momento, e si avanzò verso il cappellinajo dov’erano appesi i suoi abiti vecchi; vi cercò il suo giubbetto del 1648; e siccome egli era un giovane che teneva le cose a sesto, lo ritrovò attaccato a un chiodo. Frugò nella saccoccia e ne levò un foglio: era precisamente il dispaccio di Aramis.

«Signor d’Artagnan (ei gli diceva), sapete che ho avuto una contesa con un certo gentiluomo che mi ha fissato convegno per questa sera in Piazza Reale; siccome sono ecclesiastico e la faccenda mi potrebbe nuocere se ne dessi parte ad altri che a voi, vi scrivo perchè mi serviate da secondo. Entrerete dalla via S. Caterina; sotto il secondo lampione a man diritta sarà il vostro avversario. Io sarò col mio sotto il terzo.

Vostro aff.mo

Aramis».

Questa volta non v’erano neppure addio e saluti. D’Artagnan procurò di raccogliere le sue rimembranze. Egli era andato all’appuntamento, ivi incontrato l’avversario indicato, di cui non avea mai saputo il nome, gli aveva favorita una bella stoccata nel braccio, e poi si era avvicinato ad Aramis, che dal canto suo gli veniva incontro, avendo anch’esso terminata la sua bisogna.

«È finita, gli avea detto Aramis, credo di aver ucciso quell’insolente. Ma, amico caro, se avete bisogno di me, sapete che son tutto vostro».

Ed Aramis, datagli una stretta di mano, era sparito sotto gli archi.

D’Artagnan non sapeva dove fosse Aramis niente più che Athos e Porthos, e cresceva il suo imbarazzo. Però gli parve udir romore di un vetro che si rompesse nella stanza. Pensò subito al sacco ch’era nello scrigno, e corse fuori. Non si era ingannato: mentre egli entrava dall’uscio entrava un uomo dalla finestra.