Il popolo poi, di cui Athos ed Aramis studiavano le impressioni, mandava un precipizio d’imprecazioni contro a Carlo.

Athos ritornò dentro disperato.

«Eh! gli diceva d’Artagnan, vi ostinate inutilmente, ed io vi protesto che la situazione è pessima. In quanto a me, non mi ci associo se non per cagion vostra, e per un tal quale interesse di artista in politica a uso moschettiere, e stimo che sarebbe una bella cosa sottrarre a quei clamorosi la lor preda e farci beffe di loro. Ci rifletterò».

All’indomani Athos, affacciatosi al balcone che dava sui quartieri più popolosi della Città-Vecchia, udì gridare il bill del parlamento che traduceva alla sbarra l’ex-re Carlo I, reo presunto di tradimento e abuso di potere.

D’Artagnan gli stava vicino, Aramis esaminava una carta, Porthos era assorto nell’ultime delizie di una colazione squisita.

«Il parlamento? esclamò Athos, non può essere che il parlamento abbia dato un simile bill.

«Ascoltate, fece d’Artagnan; io intendo poco l’inglese, ma siccome l’inglese non è altro che un francese mal pronunziato, ecco quel che odo: Parliament’s bill, lo che significa bill del parlamento, o Dio mi danni! come dicono qua».

Nell’istante entrava l’oste; Athos gli accennò di accostarsi e gli domandò in inglese:

«Il parlamento ha dato quel bill?

«Si, milord, il parlamento puro.